‘Vacanze bilingui’ a New York

L’autore di questo post e’ Elisabetta, guest blogger

Sin da quando le mie due bambine hanno cominciato ad andare alla scuola bilingue italiano – inglese mi sono chiesta come fare del bilinguismo uno stile di vita e, dunque, organizzare anche delle vacanze bilingui.  Infatti una scuola con programma bilingue non rende automaticamente un bambino bilingue (benchè la scuola in questione preveda un tempo pieno con 16 ore settimanali di/in inglese e 18 di/in italiano).

Inoltre, se il bilinguismo è solo scolastico, l’altra lingua rischia di restare una ‘materia’ di studio e non “prende vita” (anche perché nella scuola delle mie bambine la maggior parte dei bambini sono italiani!).

E’ da tempo, quindi, che cerco di integrare l’esposizione attiva alla lingua in ogni modo.

Ovviamente il primo di questi modi è parlando io stessa alle bambine in inglese. Il gioco però dura poco; dopo un po’ entrambe (specie la più piccola) mi chiedono, giustamente, di tornare all’italiano, che è stata la lingua in cui le ho cresciute. E io le assecondo.

Altri modi per integrare la lingua minoritaria sono ovviamente i libri che leggiamo insieme in inglese o che io leggo loro (specie alla piccola; la grande legge da sola).

Poi c’è anche qualche cartone animato in inglese, ma non è sempre facile perché se un tal video lo vogliono vedere in italiano anche qui io le assecondo. Non voglio infatti provocare in loro un rifiuto.

Per un domani l’idea è anche di prendere una au pair, con cui parlare inglese tutti, ma, per il momento, tra scuola privata e collaboratrice domestica le nostre spese sono già alle stelle.

Per aiutare e facilitare il loro apprendimento dell’inglese e al tempo stesso far si che l’apprendimento sia piacevole, io e mio marito (anche lui esterofilo, anglofilo e, in generale, amante delle lingue straniere) abbiamo deciso che quasi tutte le prossime vacanze le faremo in paesi dove si parla l’inglese.

L’idea però di una vacanza ‘normale’ (una settimana, albergo, sempre in famiglia, ‘mordi – e- fuggi’) non ci bastava.

Volevo trovare il modo per permettere alle bambine di vivere una esperienza ‘autoctona’, proprio come dei bambini americani (o inglesi, o australiani o canadesi…), un po’ come era successo a me.

Così mi è venuta in mente l’idea del centro estivo, ma all’estero.

Questa estate, così come la scorsa estate, siamo stati, tra giugno e luglio, 20 giorni a New York, organizzando tutto via internet.

La nostra formula, ormai al secondo anno, è la seguente:

1. acquistare i voli con LARGO anticipo. Io comincio a pianificare il tutto a febbraio e cerco di chiudere a marzo o al massimo a maggio. (Nel nostro caso cerchiamo anche di usare un po’ di miglia o di punti-fedeltà che accumuliamo per lavoro per prendere almeno un volo gratis, altrimenti puntiamo su compagnie low cost);

2. affittare un appartamento. L’appartamento è ideale per periodi lunghi, specie con bambini. Le motivazioni sono tre:

a. si ha più spazio a minor prezzo rispetto ad un albergo;

b. si possono fare dei pasti a casa mangiando in maniera più sana che fuori casa e mantenendo qualcosa delle proprie abitudini alimentari, nonché riposarsi, se i bimbi sono piccoli;

c. la casa consente di far la vita del luogo e non la vita dei turisti.

Sinora sono sempre riuscita ad affittare appartamenti di amici o conoscenti trovati tramite il lavoro ma per New York, Londra e Parigi c’è un bellissimo sito che si chiama NYHabitat. I prezzi non sono bassi ma gli appartamenti sono belli e il sito è sicuro anche per le carte di credito;

3. Non è finita qui, ovviamente. Infatti ogni anno le bambine fanno un summer camp, ossia un centro estivo. Abbiamo sempre scelto summer camps non residenziali (ossia con rientro a casa propria!), sia perché le bambine sono piccole ma anche, e soprattutto, perché le vacanze sono l’occasione per stare tutti insieme.

Per loro si tratta più o meno di fare quello che farebbero a Roma (la città in cui viviamo) finita la scuola, con il vantaggio che lo fanno in inglese!

Trovare i summer camp negli USA e in Canada è semplice: basta cercare su google e la scelta è vastissima. Io per ora ne ho sperimentati due diversi a Manhattan, entrambi erano incentrati sulla danza, perché alle mie figlie piace (facevano yoga, danza classica e moderna, tip tap e così via).

Ma NYC è piena di summer camps, sia perché gli americani hanno meno ferie di noi italiani, sia perché più donne (e dunque più madri) lavorano: c’è quindi un’offerta amplissima di campi estivi, residenziali e non.

Si può far fare pattinaggio sul ghiaccio in pieno agosto a bambine di due anni e mezzo! Ci sono camps ‘intellettuali’ o di tipo scientifico. Ci sono camps al museo di storia naturale, al museo di arte per bambini, allo zoo, in tutte le scuole di danza, le scuole di musica e le scuole di recitazione. Ci sono camps per bimbi piccoli (0-3 anni) nei nidi e ci sono camps per adolescenti.

La grande offerta, inoltre, rende anche improbabile il fatto di incappare in qualche altro bambino italiano, il che annullerebbe una parte del valore dell’esperienza, soprattutto calcolando il fatto che le mie figlie…..sono due……..e quindi già parlano italiano fra loro.

Paradossalmente io cerco appositamente camps dove possano stare insieme visto che, per loro, lo stare insieme è un requisito essenziale e, senza la loro collaborazione, l’esperienza sarebbe emotivamente sgradevole e dunque, io penso, anche linguisticamente poco utile.  Infatti una cosa è certa: un bambino impara quando apprende in un clima emotivamente positivo.

Quest’anno, dunque, le mie figlie stavano al summer camp dalle 9 alle 15 (l’anno scorso era solo dalle 9 alle 12), il tempo per me e mio marito di rivedere i musei ‘da adulti’, fare un po’ di shopping, andare per negozi di spartiti su Broadway (siamo molto musicali in famiglia, sia pur solo a livello amatoriale).

Le bambine avevano l’occasione di usare il loro inglese con gli animatori e gli istruttori di danza, nonché con bambini americani della loro età. Alla fine delle due settimane gli scappavano espressioni inglesi anche con noi e, nel contempo, gli istruttori/animatori avevano anche loro imparato una quantità di parole italiane….il che fa parte del gioco.

Due delle nostre tre settimane negli USA sono state impiegate così.

La terza siamo stati in Canada da amici.

Ovviamente questo modo di passare le proprie vacanze in una città non è adatto a chi in vacanza vuole ‘staccare’, ma, come avrete capito, è adatto a me che sono una iper-attiva.

La nostra giornata era abbastanza piena: ogni mattina ci svegliavamo intorno alle sette, di seguito colazioni, borse per il summer camp (con scarpette da classica e da tip tap, tutù e via dicendo), poi di corsa in autobus per arrivare al centro estivo (anche quella dell’autobus e il dover rispettare degli orari è una esperienza diversa da quella turistica..).  Alle tre riprendevamo le bimbe e andavamo a far merenda in un parco del Village, a vedere e sentire musicisti di strada, oppure al cinema, oppure ad uno spettacolo, oppure in libreria o le altre mille cose che Manhattan può offrire.

Alle 18 la spesa per la cena e poi…tutti a casa.

Se qualcuno ha esperienze del genere… aspetto che le condivida qui.

Sto meditando per l’anno prossimo di organizzare qualcosa del genere a Londra (più cara la vacanza, ma meno caro il volo) oppure vicino Toronto, in Canada, dove sono i miei amici.

Foto di fergusonphotography

Related Posts with Thumbnails

Leave a Reply