Scommettiamo che i tuoi genitori sono bilingui e non lo sai?

“Un dialetto e’ una lingua senza un esercito e una marina”, disse il linguista Weinreich. In altre parole non esistono differenze linguistiche tra le lingue e i dialetti, ma solo consuetudini sociali e politiche che ci portano a dare ad alcune lingue lo status di lingua, ad altre quello di dialetto e ad ignorare completamente altre lingue ancora. Forse non tutti sanno che la lingua dei segni, utilizzata dai sordi, e’ una lingua a tutti gli effetti, o che gli slang dei ghetti metropolitani hanno la stessa coerenza linguistica e grammaticale dell’Inglese di Shakespeare.

Queste possono sembrare divagazioni un po’ fini a se’ stesse, ma non lo sono, perche’ ci obbligano a rivedere la nostra definizione di bilinguismo. E’ bilingue chi capisce, e magari parla, due lingue, indipendentemente dallo status di queste lingue.

In poche parole io non conosco 6 lingue ma 8, cioe’ 6 lingue ufficiali e 2 dialetti italiani (uno del nord, dove sono cresciuta, e uno del sud, dove ho passato almeno parte di tutte le mie vacanze). Fa impressione anche a me dirlo, ma una cosa vi posso assicurare: quando porto i miei amici veronesi con me al mare rimango stupefatta dai loro sguardi vuoti, guardano le persone del posto, che parlano dialetto, come se parlassero arabo. A me sembra impossibile, io capisco tutto, in fondo e’ solo un dialetto, ma in realta’ e’ un’altra lingua, o la sai o non la sai.

La prima volta che ho incontrato questo concetto e’ stato leggendo un libro molto interessante, The Language Instinct di Pinker, che per l’appunto spiega come non esistano lingue piu’ o meno complesse o piu’ o meno espressive, ogni lingua al mondo condivide delle caratteristiche fondamentali, e le differenze tra uno slang e una lingua ufficiale stanno nella percezione, nelle sfumature forse, ma non sono differenze sostanziali.

La portata di questo concetto pero’ mi e’ diventata chiara quando, in occasioni separate, ho sentito due dei nostri esperti (Antonella Sorace e Marco Tamburelli) condividere lo stesso messaggio: il bilinguismo precoce ha innumerevoli vantaggi dal punto di vista dello sviluppo celebrale e del bambino indipendentemente dalle lingue coinvolte. Cioe’ imparare il Sardo fa bene allo sviluppo del bambino tanto quanto imparare l’Inglese, rinunciare al bilinguismo e’ sempre rinunciare ad una grande opportunita’ e ad una risorsa importante per il bambino.

Le conseguenze di questo messaggio sono chiare, se la vostra famiglia parla una lingua minoritaria, per quanto possa apparire una lingua piccola, per carita’ non lasciatela morire ma parlatela a vostro figlio, e non solo per questioni di mantenere in vita la lingua, ecc, ma proprio per questioni egoistiche, per dare a vostro figlio quei vantaggi che conseguono dal bilinguismo precoce. Vantaggi come maggiore elasticita’ mentale, maggiore propensione per le lingue in generale, maggiore sviluppo celebrale nei primi anni di vita.

Insomma non esiste una lingua inutile! Eppure sono tante le famiglie che rinunciano al bilinguismo perche’ considerano la lingua minoritaria inutile… Io ho conosciuto diverse persone che in eta’ adulta rimpiangevano il fatto di non essere state cesciute bilingui perche’ i genitori avevano pensato che non ne valesse la pena…

Pero’ devo dire che due domande mi rimangono a questo proposito.

1) Ma allora in Italia siamo tutti bilingui? Forse la generazione dei nostri nonni parlava solo il dialetto, e forse i nostri figli stanno perdendo il dialetto, ma le generazioni di mezzo piu’ o meno sanno tutte sia l’Italiano (per via se non altro della scuola) che il dialetto (anche chi come me non lo parla non puo’ evitare di sentirlo in giro).

2) Puo’ essere che io debba la mia predisposizione alle lingua dal fatto di essere stata esposta fin dalla prima infanzia a tre lingue, l’Italiano e i 2 dialetti di cui parlavo sopra. Pero’ non si spiega come mai mio fratello, pur essendo cresciuto con me, invece sia assolutamente negato per le lingue, quasi refrattario…

Non so se qualcuno puo’ chiarire questi punti…

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Comments

  1. Laura says

    Ciao Letizia. Innanzi tutto, congratulazioni per il tuo bellissimo sito. Seguo il blog da un po’ di tempo, ma non ho mai commentato. Penso che hai pienamente ragione, la ricchezza dei cosiddetti dialetti e altre lingue minoritarie (nel senso di poco diffuse) è infinita ed è un peccato non usufruirne. Purtroppo, spesso su queste lingue esistono non pochi pregiudizi sociali, culturali e politici che ne ostacolano l’apprendimento. Nella mia famiglia abbiamo due tipi di esperienze: mio marito è italiano, più esattamente napoletano, e già sapete meglio di me com’è importante la napoletanità! Lui però si è dovuto imparare il dialetto da grandicello, per strada, con le canzoni e gli amici, perché in famiglia e a scuola (almeno all’epoca) il dialetto era quasi tabù, cosa da gente senza preparazione, e invece bisognava parlare “bene” (cioè, in italiano). Questo tipo di atteggiamento, però, mi sembra che fortunatamente sta cambiando. Da parte mia, io sono di madrelingua spagnola ma sono cresciuta in una società bilingue com’è quella catalana, a Barcellona. Non molti sanno, fuori dalla Spagna, che il catalano (così come il gallego e non diciamo il basco), è una lingua a se stante riconosciuta ufficialmente, insegnata a scuola, usata quotidianamente nella pubblica amministrazione, con una storia e una letteratura di tutto rispetto. Tuttavia, nel dibattito sulle lingue si sono immischiate delle polemiche politiche e identitarie, che fanno sì che i catalanofoni siamo a volte guardati con sospetto: “ma che fate con questa lingua che parlate solo voi? Mettetevi invece a imparare per bene lo spagnolo e l’inglese, quelle sono sì lingue importanti nel mondo!”, come se il cervello fosse un armadietto piccolo dove bisogna lasciare lo spazio solo alle lingue “grosse”. Invece io sono certa che è alla mia conoscenza del catalano fin da piccolissima che devo l’essere portata per le lingue, specie per quelle romanze. E osservo anche che in genere le persone catalanofone d’origine che parlano una lingua straniera lo fanno con più fluidità e decisamente una pronuncia migliore che altri spagnoli monolingui nell’infanzia. Non credo che questo tipo di esperienze sia una condizione sufficiente, perché esistono più fattori personali e ambientali che determinano le capacità linguistiche, ma ne agiscono certamente come degli amplificatori. Forse queste lingue “piccole” non ci serviranno a un granché nel lavoro o negli studi, ma ci forniscono con dei fonemi, del lessico e delle strutture grammaticali extra che senz’altro possiamo riciclare nell’apprendimento di altre lingue.

    • Bilingue Per Gioco says

      Laura,
      grazie per la tua testimonianza, veramente interessante! In effetti non sei la prima mamma che parla il catalano a riportarmi questa assoluta ignoranza e snobismo ( a livello internazionale) nei riguardi della lingua catalana, mi sembra tanto piu’ significativo che la testimonianza a favore del catalano venga da una persona di madrelingua spagnola quale tu sei.
      Dobbiamo smettere di considerare le lingue un ostacolo e una barriera e cominciare a guardarle per quello che sono, una ricchezza. Ma soprattutto dobbiamo avere piu’ fiducia nella capacita’ del cervello umano di gestire piu’ lingue. In Europa il condizionamento della lingua madre unica e’ fortissimo, ma e’ un fenomeno tutto nostro. Ci sono paesi, come l’India, in cui si parlano migliaia di lingue e praticamente tutti sono bilingui.
      L.

  2. says

    OHHHHHHH!!!!! Confesso che un articolo sui dialetti lo aspettavo da molto!!!! Io sono friulana, e mi identifico in molto di quello che racconti, e anche a quello che racconta laura! Intanto dico subito (e non datemi della snob) che il friulano è una lingua, una di quelle che sembra siano, appunto, destinate a morire, perchè sono sempre meno le persone che lo usano… C’è sempre questa idea che parlare friulano (o un qualsiasi dialetto, suppongo) faccia “contadino”… e questo mi ha sempre dato fastidio. Io il friulano l’ho imparato come il marito di Laura, da più grande, con mia nonna, gli zii ecc. Questo perchè mia mamma, che pure parlava in friulano con mio papà e il resto della famiglia, ritenne che, parlandoci sempre in italiano, non avremmo avuto problemi a scuola, di confusione tra le lingue. Bé, certo, ognuno fa le scelte che crede, però secondo me è un peccato ragionare così.
    C’è poi il discorso che affronti tu Letizia, se essere portati o meno per le lingue sia anche una conseguenza dell’essere bilingui fin da piccoli. Io direi che la risposta è si, ma anche no! Nel senso che la parte “meccanica” della padronanza di più lingue (ovvero, la facilità a “fare lo switch tra una lingua e l’altra”) è forse aiutata dal bilinguismo precoce. Però resta comunque una predisposizione, forse genetica, ma comunque che varia moltissimo da individuo a individuo (e questo anche fra i bi-tri-plurilingui, e lo vedo ogni giorno fra i lussemburghesi, che pure sono esposti a molte lingue precocemente). Ti faccio l’esempio mio: io fin da piccola, oltre a una buona predisposizione per le lingue, ho sempre posseduto una sorta di “mimetismo da accento”: mi basta trascorrere due orette a parlare con qualcuno che ha un’accento diverso dal mio, per “adeguarmi” e prendere il suo accento. Le lingue poi le assimilo molto in fretta, forse perchè mi è sempre riuscito facile pensare nella lingua in cui parlo. Mio fratello gemello per le lingue invece è abbastanza “negato”, fa molta fatica ad assimilare i vocaboli e la pronuncia. Mio fratello maggiore, invece, “mastica” un po’ di inglese, pur non praticandolo molto, ma i vocaboli li assimila velocemente… e per quanto riguarda il dialetto, è “trapiantato” in trentino da molto ormai, e ha perfettamente assimilato il loro dialetto molto velocemente… pur essendo cresciuti tutti nella stessa famiglia e nello stesso modo, quindi, ognuno di noi ha sviluppato in modo diverso il proprio rapporto con le lingue.

    • Bilingue Per Gioco says

      Mammaemigrata,
      Mi hai descritta!
      Anch’io fin da bambina ero un camaleonte degli accenti, e mi vergognavo perche’ un po’ mi prendevano in giro. Anch’io penso nelle varie lingue, anche lingue che sto imparando, basta che qualcosa mi dia l’input e poi vado avanti a farmi tutte le mie storie mentali in quella lingua. Oggi mi capita di fermarmi e domandarmi, in che lingua stavo pensando? Spesso non lo so, il mio dialogo interiore (diciamo monologo, non sono cosi’ grave…) puo’ accadere in diverse lingue senza che io ne sia cosciente.

      Pero’ mi sento di spezzare una lancia in favore delle generazioni che hanno trascurato i dialetti, che sicuramente l’hanno fatto con le migliori intenzioni. In fondo, diciamocelo, nel dopoguerra non e’ che gli Italiani fossero tutti laureati, i miei nonni non lo erano. Oggi i discendenti di queste persone semplici hanno accesso a risorse che sarebbero state impensabili ai tempi dei loro nonni, e una componente essenziale e’ il fatto che parlino italiano correttamente, se non forbitamente. A me e’ gia’ capitato di parlare con insegnanti che lavorano in piccoli paesi e sono desolati perche’ i ragazzi parlano il dialetto e non l’italiano, e questo secondo me e’ un problema, perche’ chi non parla bene l’italiano restera’ sempre confinato nel suo angoletto. Questo per dire che se i nostri genitori hanno puntato tutto sull’Italiano lo hanno fatto per darci delle possibilita’ in piu’, e sicuramente hanno ottenuto questo scopo, solo che oggi possiamo riappropriarci dei dialetti senza per questo rinunciare all’Italiano, sempre in nome di un approccio aperto al bilinguismo (in senso lato) e non alla lingua unica.

      Anche se, proprio di recente leggevo che tra le nuove generazioni l’uso della lingua italiana e’ sempre piu’ impoverito. Chissa’…

      L.

      • says

        eheheh, nemmeno io mi rendo conto della lingua in cui penso a volte, e neppure quando guardo un film, non so più in che lingua l’ho visto !!! 😀
        sono d’accordo con te per quanto dici sulle motivazioni che hanno spinto i nostri genitori ad accantonare i dialetti, però, effettivamente, quando ascolti i gruppi di ragazzi parlare tra loro, ti chiedi veramente se è stato utile parlare loro solo in italiano, visto che comunque usano quel centinaio di parole e poi basta… leggevo proprio poco tempo fa un articolo (mi pare fosse sul “Corriere”) che parlava delle parole “vecchie”… l’articolo ne usava parecchie, e concludeva dicendo che probabilmente l’80% dei lettori sotto ai 20 anni non avrebbe capito un fico secco di quell’articolo… non stento a crederlo, anche se le parole utilizzate non avevano niente di complicato…insomma, quello che voglio dire è che la lingua non è per forza impoverita dall’uso del dialetto, così come non è per forza arricchita quando la usi sempre…

  3. says

    Letizia, nel tuo commento dici che “mi sento di spezzare una lancia in favore delle generazioni che hanno trascurato i dialetti …. una componente essenziale e’ il fatto che [i discendenti di queste generazioni] parlino italiano correttamente”. Perche’ quando invece dell’inglese o del francese si parla del dialetto, tutto ad un tratto salta fuori l’idea che il bilinguismo possa essere dannoso all’italiano?
    Questa ha la faccia di un credo ideologico, ed uno dei piu’ forti, perche’ ci porta addirittura a credere in due proposizioni opposte:
    1) il bilinguismo aiuta ad apprendere le lingue
    2) il bilingusimo danneggia l’italiano.

    • Bilingue Per Gioco says

      Marco,
      io non dico che avessero ragione, dico che se hanno “sbagliato” lo hanno fatto con le migliori intenzioni e quindi non possiamo prendercela piu’ di tanto.
      Insomma, per restare sul personale, mai e poi mai i miei genitori quando io ero piccola pensavano che sarei arrivata a parlare 5 lingue straniere. Quindi tutte le riflessioni che io faccio oggi sul bilinguismo non rientravano proprio nell’ottica dei miei genitori e della loro generazione.
      Quindi facciamo bene oggi a rivalutare queste forme di bilinguismo e a correggere percezioni sbagliate, ma dicevo solo che si sbaglia anche in buona fede e certe scelte vanno valutate anche in base al contesto in cui sono state fatte.
      In breve, secondo me criticare serve poco, spiegare e ragionare insieme alle persone puo’ cambiare le cose.
      L.

  4. Valeria says

    Ciao a tutti!
    é assolutamente vero, dal punto di vista linguistico non c’è nessuna differenza tra il dialetto e la lingua. La differenza sta soltanto nella funzionalità e nel prestigio, nel “potere” concreto che un dialetto assume in una data situazione storica, come uno strumento di comunicazione e di cultura. Soltanto per le ragioni politiche un dialetto si trasforma in “lingua”, se diventa uno strumento linguistico su un’estensione nazionale, si usa nella scrittura e nall’amministazione. Tutti i dialetti italiani riflettono le tradizioni e le culture specifiche, possiedono un lessico ricco e sono a tutti gli effetti delle “lingue”, hanno lo stesso grado di “nobiltà” quanto e la lingua italiana. I dialeti italiani , come anche la lingua italiana, sono una naturale continuazione del latino parlato, e la storia dell’italiano è semplicemente la storia di un dialetto (il fiorentino trecentesco nell’aspetto assunto in letteratura).
    Italiani! Parlate i vostri dialetti, conservateli, proteggeteli come dei fiori rari in via di estinsione, insegnateli ai vostri figli, anche se vivete all’estero! Queste vostre lingue sono una ricchezza immensa di espressioni, di saggezza popolare, è un modo di vedere e di vivere la realtà, è una riserva di cultura e di eperienza di vita depositata dai secoli dai vostri antenati ! Perdere un dialetto (come è avvenuto largamente negli ultimi decenni in Italia) è veramente una perdita storica e culturale, è una perdita di sappienza e di possibilità espressive, è come bruciare una grande biblioteca antica. Sono ucraina, ma mi affascinano molto i dialetti italiani, sì, siete tutti i bilingui e perciò siete già linguisticamente (e perciò in un certo senso anche culturalmente ) più ricchi degli altri popoli. Da noi si dice “Quante lingue sai tante volte sei persona” .
    Viva il bilinguismo italiano!
    Valeria

    • Bilingue Per Gioco says

      La spagnola che difende il catalano! L’ucraina che difende i dialetti italiani! Ma che mondo meraviglioso e’ questo? Viene quasi da credere che la pace nel mondo sia possibile…

  5. says

    … e io che pensavo di essere “solo” bilingue! Se aggiungiamo il dialetto (o diciamo “i dialetti” perché si cambia da valle in valle, qui, tremendamente!)… e poi vale anche dal punto passivo (non parlare, ma capire), giusto? A questo punto mi chiedo se le persone davvero monolingui esistano :) Per gli italiani che qui in Alto Adige hanno imparato abbastanza bene il tedesco, esistono poi corsi di dialetto; sí perché nel mondo del lavoro spesso é necessario capirlo (e c’é un mondo di differenze… tanto per citare il nome di un paese, “Anterivo” in italiano, “Altrei” in tedesco e “Voltrui” in dialetto; immagina l’autista dell’autobus che non capisce dove la persona vuole scendere…) 😉 Ti segnalo questo sito di vocabolario dal tedesco in sudtirolese… http://oschpele.ritten.org/… molte parole hanno le radici nella lingua italiana.
    Letizia, mi é arrivato l’E-Book e volevo farti tantissimi complimenti, ho fatto anche un post sul mio blog, hai fatto un lavoro davvero bellissimo e utile! Grazie 100000000!

    • Marco says

      Ciao Letizia, e grazie del post, molto ben ragionato. Intanto, ti segnalo il sito che ho preparato con dei colleghi, proprio in tema di bilinguismo “piccolo”:
      http://www.bilinguismoregionale.hostoi.com/

      Se mi posso permettere:
      >>>>>Ma allora in Italia siamo tutti bilingui?
      Non tutti, ma in molti. Nel caso della Toscana e di gran parte del Lazio, per esempio, vige il monolinguismo, e lo si vede anche dal fatto che un romano o un fiorentino non cambiano codice quando parlano con persone “extra-regionali”, il loro “accento” e il loro “dialetto” sono praticamente la stessa cosa, quindi una situazione identica a quella di un inglese di Manchester quando va a Londra (qualche “correzione” lessicale magari, ma non un cambiamento di codice), mentre un piemontese o un siciliano cambia nettamente codice a seconda delle situazioni (netta differenza tra il suo “accento regionale” e la sua “lingua regionale”), proprio come farebbe se invece di essere piemontese fosse spagnolo o portoghese, o come fa un gallese quando parla con un inglese.
      Certo poi, come hai detto tu, il livello di bilinguismo varia, dal bilinguismo “perfetto” (generazione anni ’50/60) a quello passivo, a quello minimo, etc.

      >>>Puo’ essere che io debba la mia predisposizione alle lingua dal fatto di essere stata esposta fin dalla prima infanzia a tre lingue, l’Italiano e i 2 dialetti di cui parlavo >>>sopra. Pero’ non si spiega come mai mio fratello, pur essendo cresciuto con me, invece sia assolutamente negato per le lingue, quasi refrattario…

      Puo’ essere benissimo che la tuia predisposizione venga da li’. Attenzione pero’, il fatto che il fumo causa il cancro *non* significa che 1) chi non fuma e’ immune dal cancro 2) chi fuma morira’ di cancro. Cio’ che significa e’ che chi fuma e’ molto piu’ probabile venga affetto da cancro rispetto a chi non fuma (una differenza “statisticamente significativa”). Scusa l’esempio un po’ macabro…

      Spero di essere stato d’aiuto.

      Marco

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