Bilinguismo e logopedia: il punto di vista dei genitori

Ci ho messo un po’ a scrivere questo racconto della mia partecipazione al Meeting Scientifico di Logopedia del 15 e 16 Ottobre, a Pisa, sono al secondo tentativo. E’ che da un lato pensavo di/avrei voluto raccontarvi tutte le mie impressioni, tutto ciò che ho o non ho imparato, ma poi mi sono resa conto che è impossibile far stare due giorni così densi in un post… Mi limiterò quindi alle impressioni più forti.

Iniziamo da una nota di fatto e una veramente personale.

Nota oggettiva: l’attenzione si è concentrata principalmente sul bilinguismo degli immigrati svantaggiati e (com’è ovvio in un convegno di logopedisti) su come affrontare i problemi di linguaggio e/o di apprendimento in bambini bilingui. Entrambi temi non vicinissimi al lettore medio di Bilingue per Gioco, che da un lato ha gli strumenti economici per navigare in rete e almeno una certa educazione, che gli permette di affrontare un certo livello di riflessione su questi temi, dall’altro in genere non sembra nutrire la preoccupazione che i bambini abbiano dei problemi specifici. Ciò non toglie che la mia presenza lì avesse un senso secondo me, perchè si presuppone che prima di elaborare dei percorsi adatti a bambini e famiglie con problemi si sappia quale percorso funzioni con chi non ha problemi specifici.

Nota personale: mi sono sentita un pesce fuor d’acqua. Per fortuna lì ho incontrato Martina, also known as la Dott.a Martina Ozbic, ossia la nostra generosa logopedista, esperta di logopedia e, accoppiata per nulla scontata, di bilinguismo. Nonchè persona simpaticissima. Ecco se non ci fosse stata lei sarebbe stato tremendo, andare ai convegni senza conoscere nessuno, mentre loro si conoscono un po’ tutti, non è cosa per timidi (e per inciso non mi considero timida…)

Pesce fuor d’acqua anche perchè ero sostanzialmente l’unica persona presente a non essere una logopedista, o almeno una neuropsichiatra, o minimo minimo una psicologa. Il che ha avuto due conseguenze rimarcabili.

Conseguenza numero uno: in certi momenti mi sono annoiata da morire. Però a pensarci bene, non è che gli altri, anzi le altre, in quei momenti stessero ascoltando avidamente… Ho osservato (tramite attente analisi) che quando mi stufavo io si stufavano tutte, in altre parole, il problema non era tanto se i tecnicismi fossero o meno alla portata del pubblico, ma se fossero rilevanti, e mi pare che per lo più non lo fossero. D’altro lato, gli interventi più interessanti sono stati quelli più discorsivi, più incentrati sulle dinamiche del bambino e della famiglia bilingue, e lì mi sono trovata su un terreno molto più familiare.

Conseguenza numero due: non sono stata accolta esattamente a braccia aperte dall’establishment. Ora vi racconto com’è andata.

Premessa, mi sembra di per sè un dato importante che mi abbiano invitata a presentare, cosa che non davo per scontata, e di cui do atto alle organizzatrici.  Nel pomeriggio del primo giorno ho fatto una breve presentazione a tutta l’assemblea, il pretesto era il questionario che abbiamo realizzato insieme, anzi i questionari, ma in realtà il messaggio che volevo trasmettere era sostanzialmente questo: Non basta dire al genitore di crescere i figli bilingui e parlare la propria lingua con i bambini, perchè poi in realtà le mamme e i papà nel quotidiano si scontrano con mille dubbi e problemi, e se questi dubbi mettono in difficoltà genitori che sono estremamente determinati nel perseguire un progetto di bilinguismo, informati e consapevoli, figuriamoci cosa succede invece ai genitori che non hanno gli strumenti culturali o di comunicazione per affrontare queste difficoltà, o peggio che devono confrontarsi anche con problemi del linguaggio o dell’apprendimento. I genitori hanno bisogno di risposte pragmatiche, di consigli e strumenti che li aiutino nella vita quotidiana, perchè la via del bilinguismo è piena di domande (anche perchè i genitori di bambini bilingui quasi sempre hanno avuto un’infanzia da monolingui, non hanno nulla a cui fare riferimento).

Domanda (di una moderatrice della conferenza e probabilmente non mamma di bambini bilingui): a che titolo lei gestisce questo progetto? Leggi: ma te chi sei? Ce l’hai il titolo di studio per parlare?

Ero preparata, ma ciò nonostante sono rimasta spiazzata. Le ho risposto che parlavo da mamma, e a nome di altre mamme (e papà) venivo a proporre delle domande, non a dare delle risposte, ma al tempo stesso a proporre di cercarle insieme queste risposte.

La signora non mi è sembrata molto convinta.

Parliamone… Il bambino è il soggetto da aiutare. Il genitore del bambino è al meglio, e già parliamo di operatori lungimiranti, un soggetto da prendere per mano e accompagnare nel sostegno al bambino, da dirigere e indirizzare, da consigliare nel momento dello sconforto, perchè quando i genitori arrivano dai logopedisti e dai servizi sanitari hanno paura, paura che il loro bambino abbia un problema, che non impari a parlare o leggere correttamente, che venga penalizzato nel proprio sviluppo psicologico e nell’autostima.

Il genitore, nell’esperienza di queste professioni, così come il paziente nell’esperienza dei medici, non è qualcuno che ti dice dai lavoriamo insieme! Sediamoci insieme a tavolino e cerchiamo un modo per migliorare le cose. Collaboriamo. Ho un sacco di idee da proporti!

Bel problema…

O si trovano persone che hanno voglia di confrontarsi, di parlare, oppure ognuno farà il proprio mestiere (di genitore o di professionista) al proprio meglio, ma ognuno per i fatti suoi.

Ovviamente le persone che hanno voglia di parlare però ci sono, si trovano sempre. Sono quelle che ti vengono a cercare nell’intervallo e ti dicono bello, mi è piaciuto quello che hai detto. Sono quelle che ti dicono è vero! Anche io sono mamma di bambini bilingui, e sono una logopedista, e anche io ho incontrato le difficoltà di cui hai parlato, figuriamoci una mamma che non è logopedista, o che addirittura non è scolarizzata! E’ la ricercatrice che ti dice, certo che ti conosco, conosco il blog, ho anche scaricato l’ebook In che lingua giochiamo?, è uno strumento molto utile per gli operatori, e certo che mi piacerebbe collaborare! Per noi è importante fare osservazioni su campioni normali e trovare soluzioni adatte a loro per poter poi elaborare soluzioni per i bambini con problemi. E’ la logopedista che ascolta con stupore la storia dei playgroup e già pensa a come applicarli nella terapia di bambini con determinati problemi. Sono le giovani logopediste che trovano interessante e refreshing sentire il parere dei genitori, chi ci aveva mai pensato a interpellarli al di fuori dell’emergenza del singolo bambino?

Insomma è stata un’esperienza interessante. Ho buttato un seme, dal quale sono fiduciosa qualcosa germoglierà e ho anche imparato un paio di cose  interessanti, che però in questo post non ci stanno, ci ritornerò…

Ah, per inciso… la tecnologia mi ha abbandonata sul più bello, la pennetta con la mia presentazione mandava in tilt il computer usato per proiettare le presentazioni (che non sono state raccolte prima ma venivano caricate man mano che i relatori salivano sul palco, piccola nota organizzativa). Ergo ho parlato a braccio, cioè dal cuore. Speriamo che questo aiuterà il semino ad attaccare, la passione è un humus molto fertile per le idee

Immagine da A Journey Round my Skull

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