Imparare il cinese?

Di Elisabetta.

Mentre le mamme italiane cercano di fare imparare (almeno) l’inglese ai propri figli, negli Stati Uniti ma anche in tanti paesi europei si moltiplica la richiesta di corsi di cinese mandarino, per adulti e bambini.
Sono almeno cinque anni che sento che le mamme newyorkesi dell’upper east side mandano bambini anche di un anno o due a corsi di cinese (per bambini, ovviamente) e, con un po’ di ritardo, comincio ad interrogarmi sulla cosa anche io (anche su twitter: @ElisabetCassese).
Perché imparare il cinese?
Questa è una delle mie domande del 2011. Confesso che é diventata ancora più attuale leggendo su questo sito i commenti di Paola, mamma milanese che sta al momento a Pechino.
Ovviamente la cosa del cinese non riguarda tanto me – perché studiare il cinese a quarant’anni passati e senza motivi particolari è un po’ velleitario – ma le mie figlie. Ha senso far studiare il cinese alle mie bambine? E quindi è la domanda che passo a tutti i genitori di Bilingue Per Gioco.
Però, poiché sono una curiosa, se decidessi alla fine di far studiare il cinese alla prole innanzitutto comincerei a studiarlo anche io. Come posso offrire loro qualcosa che ignoro?
Allora, tanto per cominciare condivido alcune delle risposte che mi sono data alla domanda ‘perché studiare cinese’.
Forse il motivo principale è che il cinese mandarino è la lingua più parlata nel mondo. Ovviamente su ciò incide la demografia cinese, ma per una grande parte dell’oriente il cinese è un po’ una ‘lingua franca’.
Tanto per fare un esempio della sua diffusione: le ricerche con google trends, il motore di google che permette di fare…ricerche sulle parole più ricercate del web (una manna per gli esperti di marketing, ma anche per i curiosi) possono essere fatte solo in due lingue. Indovinate quali lingue?
Ma sì, certo, in inglese o in cinese!
Fino a poco tempo fa pensavo che imparare il cinese fosse inutile. I cinesi avrebbero imparato l’inglese, o qualche forma semplificata di inglese, tipo il ‘globish’. Ora non ne sono più tanto convinta. Stanno diventando troppo forti. E come ci spiega la storia della latinità e l’attuale stradominio dell’inglese come lingua franca, chi diventa forte esporta la sua lingua, la sua cultura e, nel mondo moderno, il suo mercato e i suoi prodotti. Talvolta – e sono storie tristi, dall’impero romano, passando per il colonialismo inglese fino alla guerra in Iraq – si esportano anche i propri regimi di governo.
Il cinese – come ogni lingua – è uno strumento utile per i viaggi e per la cultura: con migliaia di anni di storia, la cultura cinese è sempre affascinante.
Poi c’è la curiosità di studiare qualcosa di totalmente estraneo, che ci allontana dalla cultura greco – latina del Mediterraneo e dall’occidente (cose che pure amo tanto).
Il cinese è uno strumento prezioso per il lavoro. Detto in poche parole: il mercato cinese è sterminato, la Cina è la seconda potenza mondiale oggi e supererà gli USA nel 2027 secondo le previsioni di Goldman Sachs, e, come ben sanno gli economisti, dopo il crack irlandese è la Cina che in questo momento si sta comprando il debito dei Paesi europei, in particolare di Portogallo e Spagna. Detto in altre parole: nell’ultimo mese si parla meno di crisi dell’euro perché il governo cinese sta sostenendo la nostra moneta (e ovviamente non per generosità).
Ecco, questo è un altro punto. C’è una ragione al contrario: la Cina è una superpotenza capitalistica senza un regime democratico, il che, dal mio punto di vista, rende le cose più interessanti, proprio perché c’è un aspetto inquietante e direi anche minaccioso per tutto l’occidente. Certe volte penso che il modo migliore per fermare o rallentare l’avanzata economica cinese – se uno volesse farlo – è sindacalizzare i lavoratori cinesi. Sarà per questo che facebook e twitter sono vietati in Cina e anche google non se la passa bene?
Si, lo so, sto scrivendo molte cose poco ‘politically correct’, ma, come avrete capito, il mio scopo è anche quello di sollevare il dibattito (non la polemica).
Come si studia il cinese?

Bò, io sto pensando di fare una vacanza studio in Cina con tutta la famiglia…ma ancora non abbiamo veramente deciso.
Per gli occidentali, da quanto ne so, il cinese è una lingua difficile. Ho comprato un corso introduttivo di cinese e trovo complicate – benché affascinanti – anche le pagine della premessa.
Il difficile è la pronuncia e la trascrizione.
Secondo quello che ho letto, ogni sillaba ha di solito 4 pronunce diverse, ed anche il significato cambia moltissimo se si sbaglia la pronuncia. Ho seguito un paio di lezioni gratuite su you tube e sul mio iphone. Ho fatto una gran fatica ad imparare a dire ciao, ma soprattutto arrivederci.
Grazie alle amichette cinesi delle mie figlie so anche dire ‘sta zitto!’ (il che evidentemente dimostra che i genitori cinesi non devono essere molto teneri con i propri figli…).
I verbi pare siano facili perché non si coniuga.
L’altro problema sono gli ideogrammi. Leggere e scrivere il cinese è un’impresa da titani. L’altro giorno interrogavo mia figlia sui geroglifici egizi (che potevano corrispondere ad una lettera, ad una sillaba o ad un concetto – dunque una frase) e mi chiedevo in che misura si possa dire lo stesso del cinese… ma non ne so abbastanza.
Pare che ci sia anche una scrittura (Pinyin), una sorta di traslitterazione del cinese usando i caratteri latini…..pare che i cinesi sappiano a loro volta scrivere in Pinyin.

Voi lo sapete che a Roma c’è già un liceo (pubblico) in cui si studia cinese come materia curriculare? E’ al Convitto Nazionale (Liceo Scientifico Internazionale con opzione Cinese http://www.convittonazionaleroma.com).

E voi che ne pensate?

Immagine da A Journey Round my Skull

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Comments

  1. Mammarasma says

    Imparare il Cinese? O meglio, insegnarlo a mia figlia? Me lo sto chiedendo spesso ultimamente. Il Cinese è la mia terza lingua: l’ho studiato all’Università, poi ho vissuto per sei anni in Cina. E’ parecchio ormai che sono tornata in Italia (quasi dieci anni!!), e le occasioni di parlarlo sono state molto poche, soprattutto i primi tempi, ma seppur non sia ai livelli di quando vivevo là la mia capacità di capire e comunicare si mantiene piuttosto bene.
    Quandol’anno scorso sono rimasta incinta ho scoperto il tuo blog, che mi ha dato un supporto in più alla mia idea di crescere la mia bimba bilingue. Ho sempre però pensato all’Inglese come alla lingua da insegnarle, con un approccio OPOL: parlo Inglese (quasi) come l’Italiano, ho una capacità di esprimere concetti e sentimenti che mi metterebbero in difficoltà in Cinese – e se voglio comunicare sempre con mia figlia in una lingua diversa dall’Italiano voglio farlo al meglio.
    Quando la mia bimba è nata, però, mi riusciva difficile parlarle se non in Italiano. Mi veniva automatico, semplicemente mi dimenticavo di parlarle in Inglese, e quando mi ricordavo mi dovevo sforzare un pochino. Lo scorso settembre, però, quando la piccola N. aveva un paio di mesi, è venuta a trovarmi la mia migliore amica, la mia sorella cinese che ora vive negli Stati Uniti. E’ sposata con un Americano ed ha una meravigliosa bimba di quattro anni – bilingue, ovviamente, anche se ha un certo rifiuto a parlare Cinese. Lei e la figlia sono state qui da me per tre mesi, durante i quali mi sono ritrovata a parlare con la mia piccolina indifferentemente in Italiano, Inglese e Cinese, con la massima naturalezza. Ora sto cercando di continuare con l’Inglese (va molto meglio, pare che la mia difficoltà dei primi mesi fosse solo una questione di abitudine), ma ora più che mai mi spiace abbandonare il Cinese, che è parte importante e meravigliosa della mia vita, di quello che sono. Se solo la mi amica vivesse qui, avrei il suo aiuto per far conoscere a mia figlia una terza lingua, ma io da sola dubito di poter portare avanti due lingue minoritarie… Eppure, sto seriamente pensando di ritagliare comunque un piccolo spazio per il Cinese: canzoncine, filastrocche, qualche cartone animato. Piccole cose per farle apprendere i suoni di una lingua che è davvero difficile imparare in età adulta. E poi, ci sono le videochat con i miei amici cinesi, e un viaggetto ogni paio di anni… Non mi resta che provarci!

    • Bilingue Per Gioco says

      Sono d’accordo che è molto difficile che una stessa persona, la mamma in questo caso, si faccia portatrice di due lingue minoritarie, ma sono anche dell’idea che un po’ è meglio di nulla. Esporre la bambina al cinese anche indirettamente, perchè ti sente parlare con altre persone in cinese, avete ospiti o fate viaggi, è già molto, la sensibilizza sicuramente alla lingua. Sicuramente puoi vedere film in lingua, o cartoni animati con lei, far girare il cinese per casa insomma. Non rinunciare e non strafare, vivi la lingua con la passione che provi e vedrai che gliela trasmetterai. Poi non è fa escludere che tu non possa trovare amici cinesi anche in Italia…
      L.

  2. Irene says

    Il mio primo anno di università è stato a Cà Foscari. Sono arrivata convinta di andare a studiare cinese, poi invece ho seguito la prima lezione anche di giapponese e alla fine ho scelto quello. Sono passati già 12 anni da quel giorno e già allora si sentiva parlare della necessità di imparare il cinese per seguire l’enorme sviluppo commerciale che si prevedeva. Io praticamente non capii nulla. La presenza dei toni di pronuncia, l’insegnante che metteva un foglio davanti alla bocca per far vedere la differenza di aria che veniva emessa dalla bocca a seconda del tono che si usasse ( e dei diversi significati attribuiti alle parole a seconda del tono), all’epoca mi spaventarono, tanto che alla fine scelsi il giapponese ( che povera illusa!). Alla mia bimba più grande per adesso ho insegnato solo i numeri fino a 10 in giapponese (che è comunque totalmente diverso dal cinese), stavo pensando di cominciare a inserire qualcosa gradualmente, ma l’anno prossimo cambieremo nazione, quindi le mie figlie frequenteranno una scuola bilingue, inserendo per la loro prima volta la lingua del luogo e inoltre continueranno anche l’inglese, sia a scuola che fuori, visto che nella città dove saremo, ci sono davvero moltissime attività per i bambini in inglese, anche fuori dalla scuola, compreso il teatro. A questo punto penso che il mio desiderio di insegnar loro qualcosa in giapponese diventerà impossibile e me ne rammarico. So quant’è dura impararlo dopo. Però onestamente non so nemmeno se sia così fattibile. Per me l’apprendimento dei kanji (quelli che gli studenti di cinese chiamano caratteri) e di hiragana e katakana (due alfabeti che vengono usati nei primi anni di scuola dai bambini, persino per loro è impossibile partire direttamente coi kanji) è stato fondamentale per l’apprendimento e la comprensione di molte cose. Non saprei se a 1 o 2 anni si possa parlare di “corso”. Forse è più corretto parlare di familiarizzazione. In definitiva, quello che riporta la mia esperienza, è che a tempo perso questo genere di lingue, difficilmente si possono apprendere. Credo che portare queste lingue nei licei sia importante soprattutto per dare la possibilità ai ragazzi di capire se è qualcosa che li può interessare, perchè nel mio caso per esempio, io ne sapevo davvero pochissimo, anzi, ero totalmente impreparata a cosa avrei trovato. Però per l’apprendimento vero occorre davvero tantissimo impegno. Non credo sia un’attività proponibile a dei bambini europei.

    • Bilingue Per Gioco says

      Irene,
      fai bene a parlare di familiarizzazione, quella si può fare sempre e ovunque, se si ha passione per la lingua. Poi se le bambine impareranno o meno il giapponese si vedrà, dipende da tanti fattori, soprattutto da loro, ma seminare la lingua sulla loro strada può far solo del bene.
      L.

  3. paola says

    La discussione sulla utilità o meno di imparare il cinese è appassionante. Io lo studio da quasi un anno in modo abbastanza sistematico, vivendo qui a Pechino. Ho iniziato per gioco, per ammazzare il tempo, aspettando il rientro a casa di mio marito dal lavoro e di mia figlia da scuola. Mi ha spinto a studiarlo non solo la voglia di imparare la lingua della città in cui oggi vivo ma anche il desiderio di poter chiacchierare con mia figlia di quasi 5 anni in cinese. I nostri percorsi di apprendimento, iniziati più o meno contemporaneamente, sono stati totalmente differenti. Il mio è stato l’approccio sistematico e mnemonico di chi impara una lingua da adulto. Un metodo del tutto logico che passa attraverso la lingua scritta, anche se inizialmente solo attraverso lo strumento “surrogato” del pinyin. Mia figlia invece ha avuto un approccio libero, solo verbale, basato sulla ripetizione giornaliera di frasi e parole che fanno parte della vita quotidiana, legate alla vita concreta. Il mio apprendimento è stato più rapido, senza dubbio, il suo più lento ma più profondo. Vorrei a questo proposito smentire la credenza per cui i bambini siano in grado di imparare una lingua straniera più velocemente di un adulto. Non è assolutamente vero, l’adulto ha una maggiore memoria e una maggiore capacità di astrazione, e per questo raggiunge i primi risultati in minor tempo. Di contro, l’approccio empirico dei bambini porta a risultati più genuini, con una pronuncia da madrelingua. Detto questo, resta il fatto che il cinese è una lingua difficile, estremamente difficile, per noi occidentali. E volendo anche un pò frustrante. I progressi nell’apprendimento sono lentissimi e bisogna avere una gran forza di volontà per non mollare. Dopo quasi un anno riesco a leggere semplici brani o favole per bambini di un anno e, lo ammetto, non sempre si tratta di letture interessanti! Ancora diverso è il problema della scrittura. L’unico modo per imparare a scrivere è tracciare lo stesso ideogramma infinite volte per memorizzarne tutti i tratti, con la corretta sequenza che non va assolutamente alterata! Per esperienza ho capito che se non faccio questo alienante esercizio di scrittura, non imparo a scrivere quel determinato carattere ma, paradossalmente, lo so riconoscere in un testo.
    E’ una lingua così lontana dalla nostra che a volte sembra non avere alcun senso impararla, dato che prima o poi anche i cinesi parleranno inglese. Non sono così convinta che i cinesi riusciranno a esportare nel mondo la propria lingua. In primo luogo perchè è una lingua ostica, un pò arcaica e imprecisa, non adeguata a tutti i campi del sapere. Non riesco a immaginare il cinese diffuso nel mondo al pari dell’inglese per il semplice fatto che l’inglese è obiettivamente una lingua facile, il cinese non lo è. Se la lingua deve essere prima di tutto un efficace mezzo di comunicazione, ecco che il cinese a mio avviso perde parecchi punti. In secondo luogo, inutile dirlo, i cinesi più “smart”, quelli che fanno trasferte di lavoro all’estero, che hanno un alto livello di istruzione, che magari hanno frequentato l’università in America, parlano un inglese fluente. Nonostante questo, continuo a pensare che studiare il cinese, per quanto difficile, non sia inutile. Sono sincera, non ne vedo un ritorno immediato, soprattutto nella prospettiva del mio rientro in Italia, ma non voglio che lo sforzo linguistico sostenuto in questi due anni da mia figlia nell’impararlo vada perduto. A tal proprosito, proprio per non vanificare le sue fatiche, per tener vivo il cinese anche dopo il nostro rientro a Milano abbiamo pensato a una tata cinese, che mi sento di suggerire a Mammarasma. Insomma come si dice? Impara l’arte e mettila da parte. Non so dare una risposta intelligente al perchè studi il cinese e spinga mia figlia a farlo, ma sarei poco lungimirante se affermassi che possa essere del tutto inutile per il suo futuro.

    • Bilingue Per Gioco says

      Paola,
      è verissimo che gli adulti imparano più velocemente, ne abbiamo parlato qui.
      Interessante il tuo commento che il cinese sia troppo complicato per imporsi nel mondo, sono d’accordo, però rimane il fatto che la Cina è un mondo di per sè, e un mondo pieno di risorse, e chi può muovercisi con agilità ha accesso a possibilità che gli altri non hanno.
      L.

    • sabrina says

      Mi spiace per tutte voi ma i cinesi impareranno l’inglese perché la loro lingua è difficile per fare un business mondiale. So il cinese ma in Italia cercano solo madrelingua ( ignoranti perché si dice native), quindi cinesi, non italiani. Suggerirei di incanalare l’interesse dei vostri figli in campi piu’ specialistici e scientifici, loro guardano ai fatti, non alla forma.

      • says

        Sabrina, non ti dispiacere troppo per noi: penso che tutti gli occidentali, a cominciare da me, saranno ben contenti se la Cina si esprimerà in inglese, in futuro! E, chi studia il cinese mandarino, avrà comunque le sue soddisfazioni, poichè studiare e conoscere un’altra lingua non serve solo al business ma a tante altre cose.
        Ti auguro comunque che, prima o poi, il tuo cinese ti possa anche essere ‘utile’.
        Elisabetta C.
        http://www.educazioneglobale.com

  4. laura la posta says

    Complimenti! Anch’io a scuola di cinese con le bimbe, tempo 3 anni! ADP (a Dio piacendo). Intanto, andiamo avanti tutti con l’inglese. Sveva (5 anni): mamma, viola non si dice parple ma ppppprple. Costanza (2 anni): mamma, le maestre chiamano Leonardo Lenaaaado. Perché dici che in classe mia non c’è nessun Lenato? (ndr: non sa ancora pronunciare la R, ma parla e comprende l’inglese).

  5. Mammarasma says

    Il Cinese non è solo una lingua difficile e utile, è un mondo di arte e cultura meravigliosa. I caratteri, così ostici da imparare e mantenere (io sono una “analfabeta di ritorno” in Cinese, non allenandomi da anni a scriverlo ho dimenticato quasi tutto e riesco a scrivere solo pochi caratteri base, per quanto ne riesca a riconoscere molti di più quando provo a leggere) sono arte: hai provato, Paola, a fare un corso di calligrafia? Scrivere con il pennello è un po’ come meditare… Anzi, se qualcuno a Milano volesse provare, il Monastero Zen il Cerchio organizza dei corsi tenuti da due bravissimi insegnanti italiani. Uno dei miei desideri più ardenti è che la mia bimba in futuro mostri interesse per penne e colori e il “pasticciare” con carta e pennelli – e già mi immagino la meraviglia di creare i nostri personalissimi rotoli di calligrafia cinese…
    Sono abbastanza certa che i Cinesi “domineranno il mondo” – per una semplice questione numerica, ma anche per la grande intraprendenza e capacità di sacrificio che ancora hanno, anche se la qualità della vita cresce a vista d’occhio e le nuove generazioni di città sono abituate a privilegi inimmaginabili per i loro genitori. In quanto alla lingua… è decisamente difficile, meno esportabile dell’Inglese, ma non sono d’accordo che sia arcaica o imprecisa: ha una flessibilità estrema, una grande facilità di trovare termini nuovi adatti ad ogni campo del sapere. Basta prendere i caratteri giusti, e fare una nuova parola di più sillabe. Per fare un esempio: ?huo significa ‘fuoco’, ? che significa ‘carro, carretto’ – i due insieme (?? huoche) diventarono a suo tempo un neologismo per ‘treno’. Di neologismi il Cinese è pieno, e ha una capacità di crescita pressoché infinita.
    Il punto fondamentale, però, è che esendo una lingua tonale la difficoltà di impararla in età adulta è davvero notevole. Per capirci (cercherò di essere breve): in linea di massima, il Cinese è una lingua sillabica. Ad ogni carattere corrisponde una sillaba ed un significato. In passato ogni sillaba era di per sé una parola di senso compiuto, oggi la maggior parte delle parole sono composte da due o più sillabe (e quindi da due o più caratteri). Quello che complica il tutto è che molte parole di significato diverso vengono scritte con carattere diverso ma hanno lo stesso identico suono: ? ‘via, strada’, ? ‘arrivare, raggiungere’ e ?’versare’ si pronunciano tutti dào. E ad aggiugere confusione per noi occidentali ci sono i toni: il primo tono è alto e piatto, il secondo crescente (come se facessimo una domanda), il terzo scende e poi sale, il quarto è come un’esclamazione. Il suono “ma” per noi è sempre M+A=MA, a prescindere dal tono con cui viene pronunciato, ma per un Cinese cambia moltissimo… M? con il primo tono potrebbe essere ? ‘mamma’, má con il secondo tono potrebbe essere ?’canapa’, m? con il terzo tono ? ‘cavallo’, mà ? con il quarto ‘insultare’. Già è complicato ricordarsi che cavallo si dice “ma”, ma ricordarsi pure con che tono non è semplice. In genere il contesto e l’evoluzione subita dal Cinese nel corso dei secoli verso una lingua polisillabica aiutano a capire di cosa si stia in effetti parlando (di mamma o del cavallo?), ma se sbagliate tono un Cinese medio non vi capirà. Ricordo la mia insegnante (Italiana) di Letteratura Cinese che fu tra i primi studenti stranieri ad essere accolta in Cina alla fine degli anni Settanta. Ci raccontò che per mesi alla mensa dell’Università ogni giorno cercava di chiedere una zuppa (? t?ng, primo tono), e l’inserviente le dava dello zucchero (?táng, secondo tono).
    Tutto questo per arrivare a dire che per quanto un adulto possa imparare in fretta, con una lingua dai suoni complessi come il Cinese (da questo punto di vista il giapponese è decisamente più semplice per noi Italiani) è decisamente meglio “farsi l’orecchio” già da bambini. Ho ovviamente pensato alla possibilità di trovare una tata cinese, ma non è molto semplice. Non abito in una grande città, e la comunità cinese locale è composta quasi unicamente da piccoli imprenditori del Zhejiang. Tolti loro rimane poco davvero, e come mi ha fatto notare una mia amica (Cinese sposata con un Italiano, due bimbi perfettamente bilingui) non è il caso di affidare i propri bimbi a signore o signorine venute all’estero con il dubbio se fare le tate o le “massaggiatrici”…
    In ogni caso, non dubito che la mia piccina troverà compagni di asilo e di scuola cinesi, e anche questo mi aiuterà a farle conoscere questa lingua meravigliosa. E un giorno finiremo a giocare con inchiostro e pennello a fare quadri con i nostri nomi cinesi :-)

  6. Irene says

    …si però, visto che siamo in un contesto in cui si affronta la difficoltà di imparare una nuova lingua (qualunque essa sia), in particolare per i bambini, direi che è abbastanza fuorviante dire che il giapponese è più facile del cinese. E’ sicuramente più facile la pronuncia, ma anche il giapponese è un altro mondo rispetto all’italiano e fare l’errore di pensare che sia più facile da apprendere, può giusto capitare a chi, come me quando sono arrivata all’università, non ha la minima idea di cosa voglia dire. Detto questo farsi l’orecchio da bambini è utile anche rispetto al serbo (ho nominato la prima lingua che ho pensato), però, bisogna sempre fare una serie di valutazioni che non sono così scontate. Vedete leggendo questo blog, mi sono accorta che nel momento in cui si parla di scegliere una lingua “in più” da far imparare al proprio bambino, con la speranza che la accetti e che poi la coltivi nel tempo, a volte significa sostituire anche la cultura, la storia, la letteratura, tutta una serie di cose che fanno di un bambino “anche” la persona adulta che poi diventerà. Ecco, io non so se si possa sempre fare. Un conto è seguire gli avvenimenti della propria vita e far imparare ai propri figli, una lingua straniera che viene parlata nella nazione che in quel momento ci ospita, ritengo che sia sempre ammirevole e lodevole cercare dei modi per incrementare e mantenere quell’apprendimento, però io onestamente non credo che manderei la mia bimba di 2 anni a “lezione” di cinese, così tanto per farlo, mentre sicuramente mi sto dando più da fare per l’inglese, perchè volente o nolente sarei stupida a non farlo e se trovassi il modo lo farei anche per il francese, perchè so che è più facile da memorizzare e più naturale, in un certo senso. Onestamente non mi sento di dire altrettanto per il giapponese.

  7. Arianna says

    Ciao a tutti. Noi abbiamo già scelto: fra qualche tempo vorremmo cominciare a introdurre il giapponese come quarta lingua per le bimbe (attualmente sono bilingue italiano-inglese e da un anno abbiamo introdotto lo spagnolo) Nella scelta non abbiamo fatto tanto valutazioni di tipo socio-economico quanto affettivo: io e mio marito abbiamo una forte propensione per ciò che e’ giapponese, in vari campi: arte, letteratura, cinema,  cibo – ehmm da questo punto di vista mio marito e’ forse un eccessivo estimatore ;-). Inoltre una nostra cara amica, e madrina di mia figlia piccola, insegna giapponese a La Sapienza e diverse volte l’anno si reca in Giappone; con lei stiamo pianificando il nostro primo viaggio in Giappone che faremo tutti insieme fra  un paio di anni. Non abbiamo in mente di seguire corsi particolari, la mia amica vorrebbe insegnare alle piccole i rudimenti della scrittura kanji (secondo lei con i bimbi in eta’ prescolare si ottengono ottimi risultati perché di solito a quell’eta’ amano molto il disegno , cosa a cui l’ideogramma somiglia molto); quello che più ci interessa- a parte soddisfare la nostra curiosità di adulti! – e’ dare alle bimbe (attualmente di 2 e 4 anni e mezzo) l’occasione di entrare in contatto con una cultura e un modo di vivere differenti da quelli occidentali. Speriamo di incuriosirle per ciò che e’ giapponese, lingua compresa; con il tempo avremo sicuramente modo di ospitare au pair giapponesi, poiché la nostra amica lavora anche all’Università per stranieri di Siena gemellata con l’Università di Kyoto e ha molti contatti con ragazzi che vogliono fare esperienze di studio/lavoro in Italia x periodi più o meno lunghi. Insomma, per ora tutto sembra portarci verso il giapponese, anche se poi chissà…al contrario di ciò che si e’ detto qui, la mia amica mi dice di non aver avuto grossa difficolta’ a imparare anche il cinese partendo dal giapponese (Lo ha fatto perche’ da tempo accarezza l’idea di poter un giorno adottare una bimba cinese quindi forse dipende anche dal fatto che la sua motivazione e’ particolarmente forte…). L’importante secondo me e’ “aprire una porta verso l’Oriente”, creare un interesse e delle opportunità di apprendimento nei bambini (e negli adulti, perché no!). Nel nostro piccolo noi ci stiamo provando già da ora: per farvi un ultimo  esempio, di giapponese noi amiamo molto anche i film d’animazione di Hayao Miyazaki. Non tutti i titoli sono adatti a bimbi piccoli ma ultimamente a Londra ne abbiamo trovato uno davvero carino: Tonari no Totoro -my neighbour Totoro; per ora possiamo vederlo solo in inglese ma chissà che un domani si riesca a seguirlo anche in lingua originale, sarebbe una grande soddisfazione!  

  8. paola says

    Secondo me lo studio del giapponese è un bell’investimento dal punto di vista culturale. Quella giapponese è un’ affascinante cultura perfettamente conservata che si può ancor oggi ammirare in città come Tokyo e soprattutto Kyoto, splendide per chi, come me, ama il Giappone. Da quando siamo a Pechino non abbiamo perso occasione di visitare il Giappone, dove siamo stati tre volte, anche se ovviamente ne abbiamo esperienza solo in veste di turisti. Ma mi sento di dire, per quanto la nostra esperienza sia limitata, che la cultura, la storia preservata, l’architettura giapponese siano autentiche e genuine. Viaggiando in Giappone si ha davvero la possibilità di toccare con mano il passato, di respirare la vera tradizione giapponese. Lo stesso non si può dire della Cina. E non sono io a sostenerlo, basta leggere qualche libro di Tiziano Terzani (La porta proibita) oppure di Angela Terzani Staude (Giorni cinesi), per avere un quadro chiaro di come la cultura cinese sia stata spazzata via dal regime maoista. Sì è vero, la cultura cinese è millenaria, ma si fa molta fatica a rendersene conto in un viaggio a Pechino, si potrebbe avere una grossa delusione. Gli edifici sono stati distrutti e ricostruiti, l’architettura storica è artefatta. L’amministrazione locale non è affatto sensibile alla rivalutazione dei tradizionali hutong, le vie della città storica, che per la maggior parte sono ridotti ad ammassi di macerie e ruderi abitati da poveracci, mentre potrebbero essere un patrimonio architettonico senza eguali. Mao ha distrutto la storia e il governo attuale è più impegnato nello sviluppo economico che nella promozione, se non a livello propagandistico, della cultura cinese. E non dico salvaguardia della cultura perchè è rimasto ben poco da salvaguardare. Quindi la scelta programmata dello studio di una lingua allo scopo di approfondire anche la cultura e le tradizioni del popolo che la parla, rende il cinese oggi svantaggiato rispetto al giapponese. Se invece la scelta ha alla base ragioni sociali o utilitaristiche, allora il cinese è vincente rispetto al giapponese in quanto la società giapponese è molto più chiusa e diffidente nell’accogliere l’occidentale in modo permanente. Ciò non deve far pensare che in Cina l’occidentale avrà in futuro vita facile, pur dominando perfettamente la lingua. Oggi il governo cinese apre le frontiere ai lavoratori occidentali per acquisire il know-how e si riserva il diritto di mandarli a casa nel momento in cui il passaggio di consegne è completato. Investire sul cinese pensando che i nostri figli occidentali avranno in futuro un mercato di lavoro in Cina è una scommessa! La mia intenzione non è quella di instillare negatività a chi con entusiasmo si approccia allo studio del cinese. Ma mi riconosco nelle parole di Irene quando dice:”Un conto è seguire gli avvenimenti della propria vita e far imparare ai propri figli, una lingua straniera che viene parlata nella nazione che in quel momento ci ospita, ritengo che sia sempre ammirevole e lodevole cercare dei modi per incrementare e mantenere quell’apprendimento, però io onestamente non credo che manderei la mia bimba di 2 anni a “lezione” di cinese”. La mia situazione oggi è diversa e sicuramente, nonostante tutti i miei dubbi, una volta tornata in Italia, farò il possibile per riproporre il cinese a mia figlia, a partire dalla ricerca di una tata cinese, spogliandomi di tutti i pregiudizi propri di noi italiani.

  9. says

    Noi viviamo in Cina da qualche anno ed abbiamo imparato il cinese,io lo parlo e basta leggo solo qualche segno, i bambini che lo studiano giornalmente a scuola sono diventati bravi anche a leggerlo.
    E’ una lingua difficile soprattutto perchè molte volte non è traducibile prendi una frase o un concetto e cerchi di farlo tuo senza passare attraverso un’altra lingua….la maggior parte dei cinesi che lavorano in aziende internazionali parlano anche inglese e secondo me l’inglese si affermerà anche come lingua commerciale e anche vero che sapere il cinese ti apre molte più porte, ma secondo la nostra esperienza personale l’importante per vivere e lavorare in armonia con i cinesi è conoscere e capire le loro dinamiche mentali, i loro rituali e le loro usanze.
    Vi assicuro che arrivare a questo è molto più difficile che imparare il cinese stesso.

  10. Mammarasma says

    Si, purtroppo la Cina ha vissuto un lungo periodo (non solo legato a Mao e alla sua follia della Rivoluzione Culturale) di quasi negazione della propria cultura millenaria, prima in nome del Marxismo poi in nome del progresso. Concordo con Paola che le città cinesi sono decisamente prive di charme, quasi tutte uguali con i vecchi palazzi distrutti per far posto a casermoni e grattacieli. Purtroppo però in Cina l’architettura non è mai stata considerata una forma d’arte, e questo ha portato ad abbattere senza ritegno quartieri interi di edifici tradizionali… Rimane poco, e solo ora piano piano si sta facendo avanti l’idea di salvaguardare quel patrimonio – anche se combattere contro chi vuole costruire (e guadagnare) è davvero dura. Per fortuna però non tutto è perduto per la cultura tradizionale: stanno riemergendo vecchie pratiche e vecchi studi, tipo il Feng Shui, che erano stati combattuti strenuamente come “superstizione”. Nell’asilo dove vanno i bimbi di un mio amico italiano (sposato con una Cinese) insegnano addirittura i classici di Confucio come si usava un tempo – a memoria. Per fortuna la Cina ha radici troppo profonde per poter spazzare via tutto in una sessantina d’anni…
    Anche a noi però, come ad Arianna, piace molto la cultura giapponese. Mia figlia ha un nome giapponese, il mio cane è di razza Akita, e da anni guardiamo i cartoni giapponese in lingua originale con i sottotitoli (adoriamo Totoro, e tutti i film di Miyazaki!). Capisco qualche semplice frase e conosco un bel po’ di parole, ma purtroppo sono troppo pigra per mettermi davvero a studiare una lingua da sola – ho bisogno dello stimolo dato da un’insegnante e da compagni nello studio – e qui non ci sono corsi di Giapponese. Ci ho provato, anche, con un meraviglioso gioco/corso sulla Nintendo DS, ma ripeto, sono pigra e poco costante, l’ho iniziato e lasciato non so quante volte ;-P
    Però, per l’appunto, il Giappone mi incuriosisce e mi affascina, sia per la lingua che per la cultura, ma visti i miei legami stretti con la Cina, mi rimane il desiderio di avvicinare la mia bimba al Cinese – non perché le possa essere in futuro di qualche utilità, ma perché è parte di quello che sono io, perché in Cina ho ancora legami importanti e ci torno ogni volta che posso, perché se avessi la possibilità ci tornerei a vivere anche domani…

  11. Federica F says

    Anche io mi interrogo oziosamente sulle lingue del domani. Premesso che, vivendo in Italia, anche l’inglese è una battaglia affatto scontata, aggiungo: perché non l’arabo?

    Personalmente dubito che il cinese, pur essendo quantitativamente dominante, si affermi davvero: troppo diverso, troppo difficile, alla fine troppo scomodo. La lingua commerciale resterà l’inglese, e anche quella delle relazioni umane più immediate.

    L’arabo è la lingua dello “scontro di civiltà”, di buona parte dell’Africa ormai, del Medio Oriente petrolifero. Certo, dipende anche dalle scelte future dei bambini. Ma alla fine credo che sia decisivo il nostro orientamento, il nostro amore per una data cultura, le nostre prospettive, i nostri giudizi e anche pregiudizi.

    Federica

  12. Francesco says

    La motivazione economica per fare imparare il cinese ai propri figli mi pare pesante ma non determinante, anche perchè basata su ipotesi che potrebbero non realizzarsi. Per evitare un investimento di tempo ed energie che poi potrebbe rivelarsi futile, sarebbe forse opportuno domandarsi se vi è un interesse, una passione o simpatia per la cultura cinese (cibo, cinema, cultura letteraria etc.) tale collegare lo sforzo a qualcosa di interessante, indipendentemente dalla scommessa sulla Cina dominatrice. Anche perchè l’apprendimento del cinese richiede un impegno serio e continuato, con viaggi frequenti nell’area. E ciò si giustifica se vi è una genuina passione per quella cultura. Potete iniziare a frequentare corsi di lingua e attività sinologiche (kung fu e lingua cinese? oppure cucina e mandarino?) per testare o sviluppare la vs passione prima di una proficua “full immersion” (anzi ??, dovrei dire) in Cina.

  13. Bilingue Per Gioco says

    Bene, aggiungo anche i miei commenti.
    Questo sabato sono andata a Pistoia, ma un treno ha fatto ritardo e mi sono trovata bloccata a Prato per 1 ora e mezzo. Non potendo far altro ho fatto un giro e già che c’ero ho chiamato un amico che ci vive e non vedevo da tanto tempo, ci siamo presi un caffè al volo e abbiamo fatto due chiacchere.
    Che c’entra col cinese? C’entra c’entra…
    Perchè solo camminando per la strade di Prato e parlando con chi ci vive intuisci cosa vuole dire avere una città che se ufficialmente ha meno del 10% di immigrati cinesi, probabilmente ne ha in realtà quasi il doppio, in alcune zone anche più del 30%.
    Ecco, il cinese come seconda lingua per gli Italiani, anche bambini, secondo me dovrebbe partire da Prato.
    L.

  14. silvia says

    Allora, posto che ogni lingua è meravigliosa e conoscerla è una chiave importante per entrare in un mondo di persone e cultura, io non credo (al contrario di elisabetta che lo sa quanto io la stimo…) che il cinese sia la lingua del futuro. Lo era certamente vent’anni fa e infatti la cina è nel suo pieno boom economico in questi anni. Tra qualche anno non o sarà più, è già cominciata una leggere discesa mentre sono india e brasile i paesi del futoro dei nostri figli. E queste sono le lingue del loro futuro. Insieme all’inglese ovviamente e allo spagnolo che restano e resteranno le lingue più parlate del mondo. Quindi già questo non mi farebbe propendere per questa lingua. Inoltre come viene detto più volte è una lingua ostica e difficile e per questo non è diventata e non diventerà mai la lingua più diffusa al mondo. E per ultimo ma questo è un parere molto personale, è una lingua che non mi interessa, e forse pure un luogo che non mi interessa visitare. La cina e la sua mancanza di democrazia e di diritti umani , lo so è un mio limite, è un posto che non riesce davvero ad attrarmi.

  15. Marilina says

    Silvia, molto interessanti le tue considerazioni, e visto che adoro India e Brasile, e la Cina mi attira poco, non posso che sperare che tu abbia ragione! Gusti personali a parte, leggere i vostri commenti mi ha illuminato non poco. All’inizio avevo voglia di limitarmi all’italiano (lingua mia) e al francese (lingua del paese in cui viviamo) con i miei bambini (uno di 11 mesi e una in pancia), ma ora grazie a voi SO che tutto il materiale in inglese e in giapponese che ho in casa sarà utilissimo fin da subito, e non devo temere di sovraccaricarli. Spero che condividano il mio amore per queste lingue, e se no, spero di capirlo in tempo in modo da non forzarli. A Irene vorrei dire grazie per aver raccontato la sua esperienza universitaria: adesso so di non essere un’eccezione. Io ho fatto giapponese quadriennale. Anch’io provai ripetutamente, all’epoca, a seguire cinese, e proprio non mi andava giù… Alla fine la seconda lingua è stata hindi, e mi è davvero piaciuto studiarla!

    • silvia says

      marilina, i tuoi bimbi sono molto fortunati con tutte queste lingue. noi viviamo in italia e siamo nel nostro percorso d’inglese con metodo opol. il mio più grande cruccio quando ho lasciato parigi è stato che non sarebbe cresciuto con la lingua francese. ma quella io non sono in grado di dargliela. in bocca al lupo. silvia

  16. Giovanni says

    Salve… molto interessante, cmq per quanto ne so, il pinyin (il sistema di traslitterazione) non è affatto usato dai cinesi! Imparare il pinyin NON è imparare il cinese (così diceva il mi maestro, pardon laoshi in pinyin… ;-)) Serve più a noi occidentali per apprendere la pronuncia oppure per usare i sistemi di scrittura elettronici (es cellulare/word processor sul pc etc…)

    Ciao!

  17. daniela says

    Ho iniziato a studiare cinese quache mese fa, sono ancora all’inizio, ma già “parlotto”, leggo in caratteri e “litigo” con i toni.
    Non è una lingua così difficile come sembra di primo acchito: se una lingua è parlata da un miliardo di persone, esiste da 3000 anni…..forse tanto difficile non è. Atrimenti per una sorta di “darwinismo culturale” sarebbe già scomparsa.
    E’ molto diversa dalle lingue indoeuropee…..il problema è la diversità e non la difficoltà intrinseca.
    In cinese il verbo non si coniuga, il nome e gli aggettivi non si diclinano: già questa bella facilitazione rispetto al russo o al tedesco. E’ una lingua molto “smart” e pratica: pochi fronzoli e l’essenziale per capirsi. Bisogna però stare attenti all’ordine dei complementi…..cambi ordine=cambi significato.
    Certo richiede molto impegno: c’è il discorso dei toni…..e dei caratteri.
    Mancando la corrispondenza fra suono-scritto bisogna abituare la testa ad un altro sistema di scrittura…ma anche qua….bisogna mettersi di “guzzo buono” e si impara e si entra in un altro sistema logico (molto affascinante)….il pinyng è un aiuto ma non può essere sostitutivo dei caratteri.
    Personalmente con i caratteri sta andando benissimo (già alla 4a lezione leggevo in caratteri)….meno bene con i toni (sto ingranando adesso dopo 4 mesi dall’inizio)….sono suoni che noi non abbiamo e dobbiamo imparare a riconoscere e poi a fare…..manco a dirlo su questo fronte l’aiuto di un insegnante madrelingua è fondamentale.

    nota sul pinyng: viene usato dai cinesi per uniformare la dizione. ogni zona ha una sua dizione e i suoi dialetti, i caratteri si adattano a tutti i dialetti (vecchio impero e i suoi mandarini) ma la scrittura romanizzata è stata introdotta da Mao per uniformare la lingua parlata in tutto il paese, oltre che per combattere l’analfabetizzazione. Altra modifica è stata quella di semplificare alcuni caratteri molto complessi con troppi tratti in una versione più semplice e facile da scrivere. Da qui la differenza fra caratteri tradizionali e semplificati.

    • R says

      Bene, l’anno prossimo all’asilo del mio Little Boy inizia un corso di un’ora alla settimana per i bimbi… Chissà, sono molto curiosa di vedere cosa imparerà!

  18. silviagoi says

    Penso più che altro che POTER studiare una lingua e più ancora POTER scegliere davvero ( cosa che NON è stata certo nel passato molto diffusa) sia una possibilità sempre buona.

  19. silviagoi says

    Dobbiamo in ogni caso ammettere che come ‘innesco’ dello studio si è affermato eccome nell’ultimo decennio.
    Dallo zero, diciamo, a ben più di qualcosa! Poi resta, seppur dimenticato, come cultura generale e agisce sulla II lingua che è prevalentemente Inglese – per l’Asia, non è da dimenticare, può essere anche Francese. Lo scambio linguistico avverrà magari in una di queste lingue, che risultano ‘potenziate’ tra di loro – ma la coscienza culturale che si porta nello scambio aumenta notevolmente. Un po’ come è avvenuto ai Cinesi nei cfr. dei paesi ospitanti.

    • says

      Ciao,
      da quando scrissi questo post abbiamo fatto qualche timido tentativo con il cinese. Sono riuscita a far partire un corso di cinese pomeridiano a scuola nostra (che è una scuola privata bilingue, italiano – inglese). La figlia maggiore l’ha seguito controvoglia per un quadrimestre, ma ha poi voluto smettere. Che peccato! Molti altri bambini e ragazzi hanno coninuato. Dall’anno scorso, in prima media, mia figlia oltre al programma bilingue fa anche spagnolo con docente madrelingua e latino e – sinceramente – non posso obbligarla a far di più, specie perchè serve anche un pò di tempo per lo sport. La seconda figlia proprio non è interessata.
      Nel frattempo ho avuto il terzo bambino e la nostra attuale collaboratrice domestica viene dalla Malesia, parla inglese, Malay e mandarino. Per ora ci parliamo in inglese, ma il suo mandarino (che magari non è elegante…ovviamente non saprei giudicarlo!!) è stato molto utile a me quando, per lavoro, mi sono trovata a fare una presentazione ad una delegazione di Pechino. La presentazione era ovviamente in inglese, ma ho imparato a memoria tre o quattro frasi di benevenuto e di commiato (del tipo “buongiorno e benvenuti presso xxxx e così via”) e ho avuto grandi sorrisi e – al termine – un rigraziamento particolare dal capo delegazione per l’accoglienza “molto internazionale”. Ovviamente io ho corso dei rischi perchè non sapevo bene cosa stavo dicendo. Però a volte basta poco per fare sentire gli altri ‘accolti’ (serve molto di più per comunicare, ovviamente).
      Elisabetta C.
      educazioneglobale.com

      • r. says

        nella nostra scuola c’e’ la possibilita’ di studiare cinese, e il mio grande lo sta facendo. Per ora tuttavia mi sembra che il problema pricipale sia l’estrema difficolta’ delle maestre cinesi di confrontarsi con i nostri bambini: troppo allegri, troppo vivaci etc. insomma due mondi molto distanti….

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