Vàsisdas?

Il mio post di questa settimana doveva girare attorno ai falsi amici e i bambini itagnoli, ma gli eventi del finesettimana mi hanno fatto cambiare idea. Prometto che ne parlerò la prossima volta, l’argomento è succoso.

Oggi vorrei parlare della facilità per le nuove lingue dei bambini bilingui e della naturalezza con cui le affrontano. Che noi, sì, la diamo per scontata, ne leggiamo sui giornali e sulla letteratura specializzata. Ma quando la viviamo sulla nostra pelle, beh, ci lascia a bocca aperta.

Torniamo indietro di tre anni e mezzo: nasce mia figlia, che è stata esposta a due lingue (e mezzo) da quando stava nel mio pancione. Papà, italiano (rivolto ovviamente anche a lei); mamma, spagnolo (con amici, famiglia e rivolto a lei); mamma e altri amici, inglese (non rivolto a lei, ma tra di loro). È stata dunque esposta ai suoni di tre lingue diverse sin da quando il suo udito ha cominciato a funzionare.

Ha cominciato a parlare non in ritardo, ma neanche prestissimo. Le prime parole, quasi tutte in italiano, sono arrivate attorno ai 18 mesi (come d’altronde sta accadendo con il secondo). Le parole richiamavano i suoi vissuti del nido e non erano prodotte con chiarezza (il che è normale, a quanto pare, nei bambini bilingui, esposti a più suoni) e quindi un “biscotto” diventava un “titti” e via dicendo. Qualche mese dopo è arrivato lo spagnolo.

Lei è sempre stata molto produttiva, è una che si butta. So di bambini che prima devono sentirsi sicuri. Lei no, e questo senz’altro ha giocato a favore della produzione orale in altre lingue, oltre all’italiano. Per cui a due anni parlava regolarmente, tutti i giorni, e sapendo distinguere l’interlocutore, italiano e spagnolo. Le vacanze all’estero, come ben sappiamo, fanno tanto e soprattutto il rapporto con la famiglia dall’altra parte. Ritengo che questo punto sia fondamentale, e le parole chiavi sono, a mio avviso, continuità e legame. Legame inteso come vincolo relazionale e legame inteso come eredità culturale, di tradizioni, di lingua. Sentirsi parte di una catena, da nonni a nipoti, collegati anche agli zii, cugini e via dicendo. Io ho cercato sempre di incidere molto su questo aspetto e di trasmettere ai miei figli non solo la lingua, ma anche la cultura e il legame con le proprie radici. La lingua come veicolo per esprimersi e per parlare di sé agli altri. Come potrebbero capire, d’altronde, la nonna se non conoscono il suo bagaglio culturale, la forma mentis del suo popolo? Questo per quanto riguarda una delle loro madrelingue, lo spagnolo.

La loro prima L2 (lingua straniera o lingua seconda) è l’inglese. Come accennavo prima, l’inglese fa parte della quotidianità a casa mia. Prodotti multimediali (film, cartoni, musica), libri, riviste… English is everywhere. Conversazioni al telefono con qualche amico (quite seldom, actually – who has the time to chat on the phone?!) e, last but not least, amici in carne e ossa. Una delle migliori amiche di mia figlia è bilingue italiano-inglese (mamma statunitense), per cui per lei sentire le persone che parlano inglese fa parte della sua routine.

Come va con l’inglese? Va che diciamo che è una competenza passiva, ma va. Ripete, quello sì (e a modo suo). Comprende e produce alcune basi rudimentali come hi, hello, bye, stop it, gentle, come on, i numeri da 1 a 10 (niente da fare, li ha voluti imparare, nonostante io ritenga non sia fondamentale all’inizio) e contenuti del genere. Per lei l’inglese sono alcuni amici, tra cui la sua amichetta biondina. Ogni tanto loro due guardano insieme anche qualche film. Madagascar è il re indicusso, dal quale ha imparato contenuti così imprescindibili per la sopravvivenza come well this sucks e excuse me, you’re biting my butt, complici le risate sfrenate della sua amichetta. E va bene così.

Un giorno ha trovato la mia edizione in inglese di Alice in wonderland (libro che, semplicemente, adoro e che è parte integrante della mia infanzia) e mi ha chiesto di cosa parlasse. Così le ho chiesto se, anzi che la spiegazione di mamma, non preferisse sentire la storia. “Es en inglés, ¿sabes?”. “La quiero oír, mami”. E così ho cominciato a leggerle uno dei miei libri preferiti. E siamo andate avanti per un’ora abbondante, finché non ho dovuto interrompere io perché non ce la facevo più.

“¿Qué has comprendido?”, le ho chiesto.

Lei, che guardava con attenzione i disegni da me indicati man mano che andavo avanti con la lettura, mi ha dato una risposta molto vaga, eppur corretta.

“C’era una bimba sotto un albero che poi corre appresso a un coniglio, e poi cade da un buco, e cade giù giù giù, e poi piange, e poi c’è tanta acqua, e poi è grande, e poi è piccola, e poi c’è una porta, e poi c’è un giardino”.

“Brava, sì, hai capito.”

È vero che i disegni hanno fatto la parte del leone, ma d’altronde non è sempre così all’inizio? Per me è stato importantissimo sentirla così vicina e così attenta mentre io leggevo, così aperta e così libera di preconcetti.

Ok, ok, ma che è successo questo finesettimana di così speciale? Arriviamo subito al dunque.

Da aprile facciamo parte, come famiglia, di un progetto di ricerca universitaria. Dovevamo introdurre una nuova lingua e impararla in famiglia, tutti insieme. La via facile sarebbe stata l’inglese: era già di fatto la terza lingua in casa. Ma abbiamo pensato che, per rispettare il vero scopo del progetto, era meglio scegliere una quarta lingua. E così ho pensato al tedesco. Vi ammetto che mio marito mi ha guardato storto. Ma io il tedesco l’avevo studiato dieci anni fa e avevo proprio voglia di riprenderlo. E insomma, le sfide, o sono sfide, o non si prendono!

Da ottobre ho cominciato anche un corso ufficiale di tedesco al Goethe Institut (livello A1). Dall’università sono arrivati i materiali didattici per la famiglia: cd con canzoni, dvd con cartoni e altre attività.

Abbiamo cominciato questo finesettimana. I personaggi dei cartoni lei già li conosceva, ma parlavano spagnolo. Difatti il progetto è partito ad aprile, ma noi abbiamo cominciato solo ora per “farle dimenticare” i personaggi e le storie. Niente da fare, si ricorda tutto. Ma non è stato un problema, come io temevo. All’inizio del cartone, i personaggi cadono da un buco e poi finiscono in un giardino, e poi sciano sulla neve, e poi cadono di nuovo da una rupe, ma poi atterrano su un tappeto volante. Insomma, una vera avventura, molto simile a quella di Alice.

Qual è stata la reazione di mia figlia alla fine del cartone? La seguente:

“Guarda mamma, sono caduti da un buco come Alice (pronuncia inglese) e poi hanno sbattuto la testa, e sono caduti nella neve e poi giù dalla montagna. E meno male che c’era il tappeto, sennò sai che male! E poverini ora parlano una lingua nuova!”

Io, sbalordita, ma tentando di riprendermi e agire nel modo più naturale possibile:

“Sì, amore, toccherà imparare la nuova lingua se vogliamo giocare come loro. Che ne dici?”

“Sì, mamma. Poverini, hanno sbattuto la testa…”

“Sì, ma è divertente. Hai visto che volo hanno fatto?”

“Mamma, ma se io sbatto la testa poi non parlo più spagnolo né italiano?”

“No, amore, al limite impari una nuova lingua

Sorrisone finale.

E il mattino dopo, mentre la portavo a scuola e ascoltavamo le canzoni del cd (le stesse dei cartoni), la guardavo dallo specchietto e muoveva le labbra: tentava di imitare i suoni. E se n’è pure uscita con un proto-“was ist das?”. E poi mi ha chiesto:

“Mami, ¿qué quiere decir vàsisdas?”

“Quiere decir qué es”.

“Aaaaah. Poverini, sono caduti da un buco!”, ma la sua risata grassa tradisce quel poverini.

Altro che poverini. :-)

Immagine: Alice in Wonderland, pop up book, anche su amazon.it

L’autrice di questo post è Carolina, che cura la rubrica Itanoles

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Comments

  1. says

    Carolina sei mitica! Bell’articolo, con tante idee da mettere in pratica e tanti spunti di riflessione!
    A me è successo qualcosa di simile proprio con il tedesco, lingua che mio figlio (14 anni) non parla a casa, non studia a scuola e non ha imparato all’asilo. Però è vero che ci sono sempre amici con cui io e mio marito parliamo tedesco, attività che lui segue, in cui sente parlare tedesco, compagni di scuola che parlano tedesco. Fatto sta che mesi fa ero in macchina con una mia amica tedesca, che ha cominciato a fare dei complimenti a mio figlio, pensando che lui non capisse nulla. Alla fine della discussione, mio figlio che, non riesco bene a spiegarmi come, aveva capito tutto, ma proprio tutto, l’ha ringraziata in tedesco!
    Del resto sempre lui – quando aveva appena tre anni e un signore ci aveva chiesto se poteva offrirgli delle caramelle (senza farle vedere a lui) e noi avevamo saggiamente risposto di no – ci aveva detto: “ma perché avete detto di no? Sì che le voglio le caramelle!” E noi “Ma come lo hai capito?” Semplice : ha detto Kinder, ha detto Haribo. Non sono mica scemo!”

    • says

      È che noi li vediamo lì, che non aprono bocca, che magari non partecipano, e ci sembra che non assimilino.

      Le esperienze che racconti, Daniela, confermano il fatto che le lingue, per essere assimilate, vanno vissute, e che i rapporti interpersonali sono fondamentali. Difatti quando qualche amico mi chiede consiglio sul giochino X che, quando il bimbo schiaccia un bottone, dice i numeri da 1 a 10 oppure i colori etc, do sempre lo stesso consiglio: cercate di fare amicizia con persone di madrelingua. Di solito non mordono 😉 e sono senz’altro più simpatici e calorosi dei giochini di plastica.

      Tschüss!

  2. A. says

    Fa impressione! Perché è vero, i bambini sentono tutto e capiscono molto, molto di più di quello che si pensa. E perché riescono sempre a sorprenderci, non importa quanto siamo preparati alle sorprese.
    (E… sono anche molto d’accordo sul coltivare le amicizie plurilingue!)

  3. says

    Ho letto l’articolo d’un fiato (tra l’altro ero retoricamente coinvolta nel tentativo di comprendere il titolo del post!)

    Le parole si sprecano, parlano i vostri fatti!

    Ammiro il contesto linguistico variegato in cui vivete,
    noi siamo nel “piccolo”
    ma proprio questo fine settimana ci siamo sorpresi sentendo il nostro cucciolo (esposto come lingua secondaria al francese) contare in inglese e usare determinate parole nei giusti contesti (“climb”, “row” “shake”) : in concreto ha reperito questi termini dai dvd che vediamo (sono in italiano ma ultimamente nei cartoni c’è la mania del mix linguistico) e da qualche lettura di Eric Carle che abbiamo in casa.

    A differenza vostra che avete una suddivisione ottimale, io mi trovo in balia del “non so come comportarmi/organizzarmi”!!
    sono l’unica a portare avanti la crescita linguista (straniera), due lingue mi sembrano troppe da gestire e so di non poter contare sul coinvolgimento del papà (che si impegnerebbe pure ma non è autodeterminatamente motivato quindi collasserebbe dopo un po’).. francese della culla o inglese di sua richiesta… prima o poi ne uscirò 😀

    Grazie ancora per questo articolo,
    è un piacere leggerti Carolina!

    • says

      Grazie Marika!

      Il “segreto” del nostro successo, almeno con la primogenita (staremo a vedere con il piccolo ometto di casa, che ha 20 mesi), è stato rendere l’uso delle lingue naturale. Siamo stati “rigidi” con il metodo OPOL, e io personalmente non ho mai sgarrato. Mi rendo conto che per me passare dallo spagnolo all’italiano e viceversa è facile perché lo faccio tutti i giorni al lavoro, e il cervello dopo un po’ ci si abitua. L’OPOL mi è entrato talmente nel sangue che mi capita spesso di rivolgermi ad altri bambini in spagnolo!! E loro ovviamente mi guardano strano :-)

      Poi per le altre lingue abbiamo adoperato il metodo delle circostanze: ogni lingua ha un suo momento e un suo contesto particolare. Un gioco in particolare, un momento della giornata.

      Il tedesco ha trovato il suo spazio la mattina mentre ci prepariamo per andare al nido e ci vestiamo (“zieh deinen Mantel an!”, etc, che io stessa per primo ho imparato a memoria! Ma lei sa che è un gioco e che anche io lo sto imparando il tedesco) e facciamo colazione (vedono un cartone, sempre lo stesso in modo da farglielo imparare per bene), con l’uso di pochissime paroline semplici.

      Per l’inglese, come dicevo, ci sono certi amici, per cui quando ci vediamo con loro, scatta l’uso dell’inglese, anche magari vedendo un film insieme.

      I bambini hanno bisogno di una routine chiara e di pattern comportamentali, e soprattutto di un approccio ludico alle lingue. :-)

  4. Arianna says

    Che bello! È questo che mi piace dell’essere bilingue per gioco: vuoi mettere divertirsi, emozionarsi, vivere con/in altre lingue con l’appaltare il tutto a un corso, insegnante, DVD che sia (e per quanto più competente o “più madrelingua” sia). muchas gracias Carolina y hasta pronto,
    a

    • says

      Sssshhh non mi rovinare il lavoro, ché io mi occupo pur sempre d’insegnamento di spagnolo :-)))

      Scherzi a parte, i corsi hanno la loro utilità, così come l’approccio ludico. Non è detto che un corso di lingua “tradizionale” non possa essere impostato con un approccio ludico, anzi. Il corso di tedesco che sto frequentando io mi sta aiutando tantissimo per portare poi la lingua a casa. L’insegnante è semplicemente meravigliosa, calorosa, simpatica (alla faccia degli stereotipi). Il corso mi dà sicurezza e basi solide per quanto riguarda la struttura della lingua. Non sono due cose incompatibili, anzi. :-)

      Spesso questa convinzione che le lingue s’imparino vivendole e conversando porta al radicamento di errori lessicali e grammaticali che, se non corretti in tempo, sono poi duri da morire. Parola d’insegnante 😉

      I vecchi metodi d’insegnamento, d’insegnamento della grammatica e liste infinite di verbi e desinenze, non sono più comuni. Ora si applica l’approccio comunicativo, si incoraggia la competenza comunicativa e la competenza interculturale, senza traslasciare la competenza linguistica, e gli studenti imparano facendo, grazie a compiti che vanno oltre la redazione di una letterina o il classico “fill in the blank”. Tanti esercizi sono, ad esempio, impostati su un’ottica teatrale, e ti assicuro che il divertimento e le risate con i compagni sono garantite. La ricerca in glottodidattica va sempre avanti. :-)

      • says

        (In fin dei conti, noi tutti abbiamo perfezionato a scuola la nostra madrelingua, no? Non vedo perché non andrebbe fatto con le lingue straniere)

      • Arianna says

        Ovviamente hai ragione Carolina, io intendevo solo dire che come genitore sono contenta di poter condividere l’apprendimento di una lingua straniera con le mie figlie, poi è chiaro che l’approccio è integrato e il madrelingua competente (leggi insegnante) è da sempre presente nella quotidianità, o quasi, della nostra famiglia (per ora a casa, un domani a scuola). Un caro saluto e grazie per queste utili riflessioni
        a

  5. Chiara says

    anche questo post mi coglie nel vivo! siccome ho notato un interesse di mio figlio nella lingua spagnola (complice Handy Manny che pur parlando inglese ogni tanto dice qualcosa in spagnolo) volevo iniziare, ovviamente “per gioco”, a proporre qualche DVD e canzoncina e con l’occasione iniziare a studiarlo anch’io. Mi sapreste suggerire un DVD didattico per bambini e qualche personaggio dei cartoni animati spagnolo da guardare in lingua originale (personaggi semplici, magari animali, tipo Spotty per l’inglese e Pimpa per l’italiano)? grazie mille

    • says

      Sì, Pocoyo rules!

      Presi a piccole dosi e facendo un bel lavoro di selezione dei contenuti, anche i Lunnis possono andare. Ma lì devo davvero darti da fare, perché alcuni contenuti non vanno, sono per bambini più grandi, pre-adolescenti. Ma certe canzoncine e video dei Lunnis sono molto carini. A mia figlia piacciono tanto. Su Youtube purtroppo non è che trovi granché, mentre per Pocoyo hai l’imbarazzo della scelta, e probabilmente per un bambino non madrelingua Pocoyo è più facile rispetto ai Lunnis.

      Un altro cartone che io ho trovato piaccia ai bambini e sia semplice da capire è Caillou, che è canadese, ma è ben tradotto in spagnolo (parlo dello spagnolo iberico, non conosco la traduzione latinoamericana).

      E poi c’è sempre Mi mundo en palabras, un meraviglioso progetto dell’Instituto Cervantes, che è davvero carino: http://cvc.cervantes.es/ensenanza/mimundo/default.htm

      ¡Hasta pronto!

  6. Arianna says

    Così su due piedi mi viene solo un nome: Pocoyo!
    Su amazon es ma anche uk (e forse it??)
    a

  7. Octavia says

    molto divertente…mi piace molto questo post. e quindi dicevi che sei molto rigida con OPOL? anche io sto cercando il metodo migliore per insegnare le lingue al mio figlio…devo sforzare ancora di più credo…

    • says

      Rigida nel senso che non sgarro, cioè, non parlo in italiano ai miei figli. Ammetto che non mi riesce difficile. I primi tempi ho fatto più fatica (vedi qui: http://bilinguepergioco.com/2011/10/25/la-lingua-del-cuore/), ma poi il mio cervello ha talmente collegato mia figlia–>spagnolo; mio figlio–>spagnolo, che difficilmente mi può sfuggire una parola in italiano rivolta a loro.

      L’italiano però non è un tabù tra noi (io e i miei figli) e spesso incoraggio mia figlia a costruirsi i collegamenti tra i modi di dire, le espressioni, le parole. Cerco di incoraggiare la sua competenza traduttiva e interpretativa. Perché non è detto che un bilingue sia anche un buon traduttore, anzi, spesso i bilingui combinano pasticci quando vogliono fare delle traduzioni o interpretazioni. Questa è una competenza che va lavorata. Ma se un bilingue lavora per diventare un buon traduttore/interprete, beh, chi lo ferma più? :-)

      E dunque l’italiano tra me e mia figlia (il bimbo è ancora troppo piccolo) viene adoperato per essere “smembrato”, analizzato e ovviamente il tutto con un approccio ludico.

  8. Octavia says

    vengo da un paese bilinguo quindi è difficile x me di parlargli soltanto una lingua. poi il papà parla solo italiano…non so se mio bimbo (14 mesi) si confonde sentire 3 lingue da me…sto cercando di non parlare più in italiano però quello vuol dire che escludiamo papà dal nostro discorso

    • says

      Noi difatti escludiamo il papà dai nostri discorsi :-)

      Da noi funziona così: io e loro, spagnolo. mio marito e loro, italiano. Io e mio marito, quando siamo soli, soprattutto italiano. Io e mio marito quando parliamo di cose nostre ma ci sono anche loro nella stanza, italiano. Io e mio marito quando parliamo con loro: io, spagnolo; lui, italiano. Questo metodo implica certamente che l’altro capisca grosso modo la lingua.

      Nel caso vostro forse potrebbe servire a incoraggiare tuo marito a imparare la tua lingua. Altrimenti, nella quarta situazione (tu e tuo marito, quando parlate tra di voi, usate l’italiano, ma quando tu ti rivolgi a loro direttamente usi la tua lingua). Sembra da folli all’inizio, ma poi ci si abitua benissimo e, ti assicuro, i bambini (e gli adulti) sviluppano una competenza linguistica da levare il fiato!

      Per curiosità, quali sono le tue lingue? :-)

      • Octavia says

        io sono indonesiana, ma siccome i miei abitano nella confine tra Indonesia e Malaysia, parlo malesiano e inglese da piccola, imparavo indonesiano quando comminciavo ad andare a scuola. Quindi andavo avanti così…indonesiano a scuola, malesiano e inglese a casa.

        Con il bimbo, quando siamo soli, parlo in indonesiano e inglese…in realtà gli volevo parlare soltanto in Indonesiano (visto che sono indonesiana), ma è troppo difficile per me di parlare soltanto in una lingua (mai succeso nella vita mia), già difficile non mettere in mezzo malesiano, figurati se devo togliere anche l’inglese.

        il problema è quando c’è la terza persona. I nonni italiani ci sono sempre ogni pomeriggio per giocare con il pupo…prima mi sembrava scostumato parlare altre lingue nella loro presenza, ma a la fine parlo cmq le mie lingue e le traduco a loro, oppure semplicemente lasciarli giocare da soli e io faccio cose mie, approfitto che i nonni fanno baby sitter :)

        Con il papà è un pò complicato…papà conosce qualche parola indonesiana…ma ogni volta che impara cose nuove, si dimentica quelle che ha imparato prima :( è proprio una grande fatica di insegnargli le lingue. Poi, siccome il bimbo non parla ancora, se lui faccio le domande al bimbo, le devo rispondere io al posto del bimbo…tipo
        papà: (al bimbo) che hai mangiato tu oggi?
        bimbo: (sorride) dadadada
        papà: dadada…che bello…che ha mangiato questo pupo oggi, mamma?
        Io: pollo con purée di patate e spinaci
        papà: (al bimbo) bravo!! hai mangiato tutto? si? tutto? tutto?
        Io: si…tutto, (lo devo rispondere, altrimenti mio marito ripete sempre “tutto” per tutto il tempo)
        papà: (al bimbo) ti è piaciuto il pranzo che ti ha fatto la mamma? si? si?
        e cosi via….rispondo sempre al posto del bimbo…

        oppure quando gioco con bimbo e il papà si mette in mezzo
        papà: cosa state giocando? cosa? cosa?
        e ovviamente poi dobbiamo giocare nella lingua italiana per far giocare pure papà

        • says

          Octavia, che dirti, standing ovation per la tua caparbietà nel voler trasmettere al tuo bimbo le tue lingue e culture. Mi rendo perfettamente conto che “ignorare” il papà quando si parla spagnolo è facilissimo, tanto in effetti ci si capisce e se lui si perde qualche pezzo non succede nulla. Con l’indonesiano e il malesiano la situazione si complica, perché tuo marito non può andare a intuito, sono lingue radicalmente diverse dall’italiano.

          Complimenti per il tuo coraggio e la tua determinazione! Vedrai che troverete il “metodo” che fa per voi, basta applicare tanto amore, pazienza, perseveranza e dosi massicce di ottimismo!

          • Octavia says

            speriamo che lo troverò…
            trasmettere le lingue e culture ai propri figli è anche una questione della volontà. Prima della nascità del bimbo ho detto al mio marito che volevo parlare soltanto in indonesiano al bimbo…lui non era d’accordo, ha detto che meglio se gli parlasse in inglese, visto che l’indonesiano è inutile se vive in Italia, mentre l’inglese è una lingua importante e qui in Italia non lo sanno insegnare. Ero arabbiatissima, come si permette a dire che la MIA lingua non è importante? il bimbo è italo-indonesiano, non italo-inglese, non vedo nessun motivo per rinunciare l’altrà metà di quello che è… ha il sangue indonesiano, mamma indonesiana, nonni indonesiani, e per sempre appartiene al Indonesia! Giusto pure che parla indonesiano e conosce la cultura, anche se viviamo lontano lontano dal’Indonesia…anzi…siccome siamo lontani, dobbiamo cercare in qualsiasi modo per respirare l’aria Indonesiana.

            però dopo che è nato, mi sono resa conto che nella vita mia non ho mai parlato soltanto in indonesiano… mescolavo sempre le lingue…beh, speriamo che il piccolo non si confonde tanto…

  9. Amedea says

    Ciao,
    ho scoperto il sito tramite il blog di mia sorella che lo ha linkato. Che ideona!!
    Disturbo solo per chiedere un consiglio su una situazione che mi sta a cuore. Io abito in Alto Adige, mio marito è di madrelingua tedesca, io italiana, e abbiamo amici mistilingui ovviamente :-) Grazie ai miei studi parlo correttamente oltre al tedesco anche l’inglese e il francese e mi sto per dedicare allo spagnolo.
    A fine dicembre nascerà il nostro primo bambino e, oltre ad avere deciso di sfruttare la nostra situazione di mistilingui, ci piacerebbe che il ns. piccolo imparasse anche una terza lingua. Secondo voi potrebbe essere una forzatura oppure possiamo pensare di avvicinarlo ad un’ulteriore lingua (magari anche non subito) che non sia ne’ il tedesco ne’ l’italiano? Capire un’altra lingua sarebbe bellissimo in questo mondo multi culturale e, nel caso, potrei scegliere lo spagnolo? Una coppia di nostri carissimi amici fra di loro (e anche con noi anche se non sempre) parlano spagnolo perchè lui è dominicano. Cosa mi consigliate? Grazie a tutte per i consigli.

    • Bilingue Per Gioco says

      Amedea,
      secondo me è meglio impostare per bene il bilinguismo, per la terza lingua ci sarà modo di pensarci quando sentirete che sarà arrivato il momento, ora mi sembra davvero prematuro…
      L.

  10. Amedea says

    Ciao,
    grazie per la risposta, più che altro mi interessava sapere se secondo voi – anche e soprattutto – dai 3 anni magari, si potesse inserire una terza lingua e se ne caso potesse essere una lingua che io ancora non parlo.
    Sicuramente aspetterò anche perchè credo che tutto vada misurato sulla persona che si ha di fronte e chissà che cosa vorrà fare il ns. piccolino.
    Per ora un abbraccio a tutte e grazie per ogni consiglio o chiacchiera che vorrete condividere.

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