Lo stendino, la biro, i ghiaccioli, Varsavia

Chiaccherando con un’amica trasferitasi da poco a SanPietroburgo, ho ricordato i miei primi passi in giro da sola per una Varsavia invernale: le mie maggiori preoccupazioni erano affrontare il freddo e farmi capire.
Era il due gennaio.
Lui era in riunione per l’emergenza del gas di cui tutti i giornali parlavano. Io avevo un’altra emergenza da risolvere: ancora in casa sua non c’era uno stendino per asciugare il bucato. Il termometro fuori dalla finestra segnava meno quindici. Infilai i collant 40 denari e sopra i jeans e sopra i pantaloni da snowboard. Poi la maglia sottile a maniche lunghe, sopra la maglia di pile a maniche e sopra la giacca da sci, il cappello di lana ben calcato sotto il cappuccio chiuso della giacca ed infine i guanti da sci: avevo imparato nei giorni precedenti come un capello ribelle potesse trasformarsi in un attimo in un ghiacciolo. Giusto, i ghiaccioli: lui mi aveva detto di camminare nel mezzo delle strade, che sui marciapiedi possono cadere giu’ dai tetti dei ghiaccoli aguzzi come lame e lunghi metri.

La neve cadeva dall’alto incessante, ma a camminarci sotto avevo l’impressione che arrivasse anche in orizzontale, in obliquo, persino da sotto in su’. Cosi’ imbacuccata, procedevo nel bianco cittadino con la velocita’ e la flessuosita’ degli astronauti. Dentro il freddo piu’ freddo e la neve piu’ neve che avessi mai visto. In mezzo alla strada, tra le auto nei due sensi di marcia. Alla ricerca di un negozio che vendesse stendini nella profusione di accaemme, zarra, pollofrittodelkentucky, hamburgerlostoamando eccetera che colonizzano ormai tutti i grandi centri cittadini. Niente, avanti. Quando intorno a me ormai c’erano solo piu’ vetri oscurati di negozi le cui insegne cominciavano per erotik, ho capito che era l’ora di tornar indietro, qualunque ora fosse (avevo troppo freddo per levarmi un guanto per aprire con le dita intorpidite la zip della tasca dove risiedeva il telefonino e controllare da quanto fossi in giro). Sconsolata sulla via del ritorno, tenendo lo sguardo basso per non beccarmi altra neve negli occhi, vidi una piccola finestra illuminata: un negozio semiinterrato all’angolo della piazza dov’era il suo ufficio, a quindici minuti da casa. Nella vetrina livello marciapiede sonoc’erano esposti sgrassatori, grattugie, guanti di gomma e scodelle: fiat stendinum. Entrai nel negozio, levai i guanti, aprii il cappuccio e tolsi il cappello, rivelando la mia natura di essere umano e non di ammasso di vestiti semovente. Osservai tutta la mercanzia esposta sorridendo come un bambino in un negozio di giocattoli. Mi avvicinai rinfrancata al bancone e…
e
ovviamente la signora e la signorina, forse madre e figlia, non sapevano l’inglese. D’altronde quanti turisti vagano per Varsavia alla ricerca di detersivi e spremiagrumi?
Mi guardai intorno, ma lo stendino non era esposto.
Mumble, mumble.
E’ la seconda volta che sono in Polonia, possibile che non abbia imparato nessuna parola utile, durante la prima visita di quindici giorni, l’estate scorsa? Fammi pensare.. Buongiorno, buonasera,arrivederci, vinobianco, vinorosso,grazie, prego.Una penna per favore. Che lui mi aveva mandato dal tabaccaio munita di questa frase e 10 zloty, per poter scrivere le cartoline da Cracovia nel sole di agosto.
“Jeden d?ugopis prosze ” affermai risoluta
Signora e signorina mi guardarono con sorpresa, offrendomi una biro. Io mi misi a disegnare uno stendino sul retro di uno scontrino recuperato in tasca: la signorina si illumino’ e mi porto’ uno scolapiatti.
A quel punto passo ai gesti: indicai lo scolapiatti, scuotei la mano nel gesto di “quasi” e poi mi sperticai con le braccia nel segno di grande, grande, e toccando i miei abiti feci finta di stendere.
La signorina torno’ trionfale con lo stendino: io, ormai scongelata dal tepore del negozio, esultai a pieni polmoni! Pagai 19,90 zloty e strinsi loro le mani: a quel punto, fosse costato 190 zloty l’avrei comprato lo stesso!
Mi risistemai in assetto da freddo ed uscii per affrontare gli ultimi quindiciminuti di neve verso casa con lo stendino tra le braccia. Era ancora piu’ gelido e gia’ buio. Mi suono’ il cellulare. Dannazione, proprio ora? Ma se e’ urgente. Se sono i miei? Mi fermai, misi giu’ lo stendino nella neve, sfilai il guanto, aprii la cerniera, presi il cellulare. Esalai tremante di freddo: “Zz-i?”
Lui: “Ma non dovresti stare in giro con questo freddo!”
“Lo zz-o ” (se mi hai telefonato solo per dirmi questo, sappi che senza camminare congelo e non posso camminare perche’ non riesco a tenere lo stendino con una mano sola mentre con l’altra tengo il telefonino per parlare con te).
Ho continuato ad usare il metodo dei disegnini nelle mie visite delle terre polacche per ancora un po’, finche’ ho imparato un sufficiente numero di parole per passare ad un gradino di comunicazione piu’ avanzato: le descrizioni figurative: un panino con dentro il maiale, per favore. Quando pochi mesi fa, prima di uscire dall’albergo e andare alla scoperta di Pechino, quando ho messo in borsa penna e mini bloc notes, ho provato di nuovo quell’avventurosa sensazione di ricominciare da capo.
E per voi, qual’e’ il vostro ricordo piu’ eroico o fantasioso di comunicazione?

 

Immagine: Point it , travellers’ language kit (amazon.it), ma anche su  amazon.uk

L’autrice è Valentina, e questo è un altro numero della sua rubrica Vita da Expat.

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