L’italiano non serve a niente

Ciao Letizia,
frequento con i miei bimbi di 4 anni e mezzo e 3 anni una ragazza italiana che però ha una padronanza ottima dell’inglese (è vissuta per molti anni in America, ha frequentato l’università lì e ogni anno ci torna per 3 mesi all’anno per motivi professionali). Ha inoltre fatto la scelta personale di parlare esclusivamente inglese alle sue quattro figlie di età compresa tra 14 e 1.

Sa interagire benissimo coi bambini, è bravissima a coinvolgerli e i miei figli sono felicissimi di andare da lei. E fino a poche settimane fa un po’ la invidiavo per i risultati ottenuti: due figlie frequentano la scuola internazionale e sono considerate madrelingua inglesi non italiane. Io ho cercato di parlare sempre inglese ai bambini ma ho avuto un periodo di rifiuto da parte del grande quindi mi sto limitando a esporli il più possibile (cartoni in lingua, canzoncine fino allo stremo, libri e gioco), per il resto rimane l’italiano. Ma torniamo all’argomento che volevo proporti.

Qualche settimana fa parlando con questa ragazza, scopro che anche le sue figlie hanno avuto spesso il rifiuto ma lei non ha ceduto e ha ottenuto questo risultato a discapito però dell’italiano. Lei è convinta della sua scelta. Ha costretto anche il marito a imparare l’inglese, perfino la nonna. Le bambine non parlano praticamente mai l’italiano. Dice che l’Italia non ha comunque niente da offrire professionalmente e che l’italiano come lingua non ha alcuna rilevanza. Mentre lei parlava diciamo che un po’ mi è caduto un mito.

L’italiano non ha alcuna rilevanza?! Capisco quello che intende, professionalmente è l’inglese a farla da padrone ma … culturalmente? E poi è la nostra lingua! Il risultato è che le figlie hanno una padronanza di linguaggio assoluta dell’inglese ma il loro italiano è davvero scarso. E sono italiane! Per me è semplicemente una cosa assurda. E’ evidente che gongolo quando mio figlio mi chiede a colazione “some milk” ma gongolo ancora di più quando mia figlia di 3 anni usa tranquillamente i congiuntivi in italiano.

Quello che conta, per me, non è (solo) la fluidità dell’inglese ma l’apertura mentale, la consapevolezza che non ci siamo solo noi, che il mondo è là fuori, da scoprire. Parlo loro del mio Erasmus, delle esperienze lavorative all’estero perché desidero infondere in loro questo desiderio di “evasione”, di conoscenza e comprensione dell’altro. Ma non vorrei mai che dimenticassero o, peggio, snobbassero l’italiano e l’Italia! Perché sarà anche vero che questo paese va a rotoli e che il livello culturale dell’italiano medio è vergognoso, ma se non cominciamo noi a insegnare ai bambini ad amarlo, ad apprezzarne la ricchezza storica e culturale dove andremo a finire?

Letizia

 

Ciao omonima,

sono completamente d’accordo con te. Non è il primo caso simile che sento, e che ci viene proposto, ma in genere si tratta di persone espatriate che decidono di non insegnare la propria lingua ai figli, ma che questo addirittura accada vivendo nel paese mi sembra davvero peculiare.

Ma che vita fanno queste bambine se non possono comunicare da pari con i loro coetanei fuori dalla scuola? Non hanno nessuna vita, nessuna relazione, che non sia legata a mamma, papà, nonna e scuola? Mi sembra assurdo…

Teniamo presente che i bambini espatriati imparano velocissimamente la lingua del posto per comunicare con i propri coetanei, per giocare, questo è uno stimolo potentissimo. Posso solo immaginare l’imbarazzo di non poter parlare correntemente nella società in cui si vive, con l’aggravante di non avere la scusa di essere straniere. Insomma prima o poi la scuola come contesto sociale andrà stretta no? E allora che faranno? Come reagiranno ai risolini degli altri?

Mah, forse per un po’ se la caveranno perchè tutti penseranno che sono straniere, o che lo è la loro mamma… Ma loro sanno di non esserlo.

Saranno sicuramente costrette a fare gli studi universitari all’estero, se li vorranno fare (non che sia un male fare l’università all’estero ovviamente!). Fai bene però a menzionare anche l’apertura mentale… Difficile essere aperti al mondo se si parte da un atteggiamento di superiorità verso il mondo che ci circonda, quello in cui siamo cresciuti. Sa un po’ da vita da perenni turisti, dissociata dalla realtà…

Non entro nemmeno nel merito di dove va a finire l’Italia se cresciamo i bambini così, diventa un discorso troppo ampio. Dove vanno a finire i bambini se non insegnamo loro ad amare ed essere orgogliosi delle proprie origini mi sembra un argomento più che sufficiente…

Insomma, sicuramente una scelta che non consiglierei a nessuno…

L.

Immagine Il puzzle dell’Italia

P.S. Se vuoi sottopporre una domanda o una riflessione qui trovi le indicazioni su come fare

 

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Comments

  1. lucia says

    più realista del re, questa signora, direi.
    e poco portata per la matematica, aggiungerei.
    2 lingue sono più di 1, anche se quest’una la parlano in tanti.

  2. Marilina says

    Io sto facendo esattamente l’opposto: viviamo in Francia e mi sto impegnando a trasmettere ai miei bambini un italiano ricco, preciso, aggiornato, divertente, completo. Grazie alla loro mamma avranno accesso a una delle più belle letterature del mondo, per non parlare dei testi musicali. Potranno scegliere di vivere in Italia, un paese straordinario, con tutti i mezzi per comunicare e scegliere la propria professione. Avranno un’anima in più e un’apertura mentale notevole. Avranno più scelta. E soprattutto, non cresceranno con la mentalità che identificarsi con il proprio lavoro, scegliere quello che è utile e non quello che piace, fare concorrenza ai cinesi, sono le cose importanti nella vita…

    • Marilina says

      Questo è vero, ma il comportamento di questo genitore è grave anche e soprattutto perché ha sradicato delle persone dalla propria cultura d’origine. I figli non sono nostra proprietà.

  3. valeria says

    La scelta di questa persona oltre a denotare una profonda ignoranza,per i motivi da voi elencati, indica purtroppo un atteggiamento che sfortunatamente ho riscontrato da parte di molti italiani all’estero che non parlano l’italiano ai propri figli molto spesso per comodità perchè così facendo non incorrono in naturali difficoltà di adattamento per i loro figli (che imparando contemporaneamente due lingue,l’italiano e la lingua del paese in cui risiedono, non sempre si ambientano a scuola come i bambini che invece imparano solo una lingua).Per esperienza personale posso dirvi che i bambini che vivino all’estero e che non parlano a casa la propria lingua hanno seri problemi nel momento in cui entrano in contatto con la lingua dei loro genitori(anche per una vacanza o più gravemente quando i genitori li costringono a seguire corsi organizzati da istituzioni governative italiane all’estero solo per sopperire al rimorso di non avergli insegnato la loro lingua). E poi, io sono la prima ad impegnarmi a fare in modo che mio figlio continui a parlare inglese anche se siamo rientrati ora in Italia dopo un soggiorno di 3 anni in Inghilterra, ma prima di tutto voglio che sia sereno. Fortunatamente A. è ancora attratto molto dall’inglese e io lo stimolo con favole dvd ecc. ma in questo momento voglio solo che sia sereno e si integri per bene a scuola…e che impari alla perfezione la nostra meravigliosa lingua!

  4. Francesca says

    Come si fa a non parlare in italiano essendo italiani?
    Come si fa a crescere un figlio senza dirgli mai TI AMO, TI VOGLIO BENE… nella stessa lingua in cui ce lo ha detto la nostra mamma… Io non capisco.
    Non voglio giudicare nessuno, non voglio parlare di ignoranza, nè di grettezza o spocchia… Avrà avuto i suoi motivi, credendo di far bene.
    Mi spiace solo per le figlie, che non avranno la possibilità di provare l’orgoglio di parlare la stessa lingua di Dante (scusatemi se è poco) e che si sentiranno straniere in casa propria…deve essere terribile!
    Pensate che io sto insegnando a mio figlio anche il dialetto. L’inglese, l’italiano e…il dialetto! Certo!
    Perchè se dobbiamo avere chiaro dove andiamo, ancora di più deve esserlo da dove veniamo. Non c’è solo il futuro. Il passato (le nostre origini) sono ciò di cui siamo impastati, non possiamo prescindere da questo. DOMANI e IERI, sono ciò che dà un senso all’oggi. E domani, nel mio daletto si dice CRAI…che è latino (anche qui, scusatemi se è poco). Posso negare a mio figlio la ricchezza inestimabile di questa eredità?

    • Nadia says

      Ciao Francesca, grazie per avermi ricordato che anche nel mio dialetto domani si dice “Crai” … e questo mi riporta alla memoria quello che mi disse una volta il mio professore di coreano di origine siciliana. Ebbene lui mi fece notare la ricchezza dei suoni dialettali e il potenziale che essi comportano nell’apprendere altre lingue … perchè a parte le lingue staniere più note ed usate ce ne sono molte altre da scoprire, vero?

  5. Letizia says

    Sono contenta che in tante la pensiate come me. Trovo che sia importante amare il proprio paese, le proprie radici e non si può farlo senza amare la propria lingua. Perchè è vero che può essere emozionante sentirsi a casa propria in un college estivo in America ma credo sia molto più gratificante avere un confronto linguistico alla pari con chi vive accanto a te! Che bello confrontarsi su questi temi!!! Grazie Letizia per questo spazio e per quello che fai!

  6. says

    E’ vero che, se visto a livello globale, l’italiano non ha alcuna rilevanza, sui grandi numeri.
    MA ….i ma sono molti…
    Innazitutto sono d’accordo con quasi tutti i vostri commenti: le lingue si parlano non solo perchè sono utili, ma anche perchè ‘parlano’ di noi!
    E poi l’italiano è ancora una lingua rilevante per gli amatori di cose di nicchia come l’opera ed è la lingua che seduce tanti stranieri che magari non la studiano a fondo ma vengono qui a godersi la nostra cucina, i nostri monumenti, il clima, la moda e via dicendo.
    Ogni giorno ho la fortuna di passare per il centro di Roma per prendere il mio terzogenito al nido (cui poi parlo in inglese…ma se nei suoi balbettamenti risponde in italiano di certo non faccio finta di non capire! ) ed è un piacere passare per piazza di Spagna e piazza del Popolo e guardare le facce dei turisti che ammirano Roma, con tutti gli annessi e connessi (lingua compresa).
    Rinunciare a tutto questo è una follia, soprattutto da quando le scienze conognitive ci hanno spiegato che l’avere più lingue madri non limita ciascuna lingua madre, semmai predispone per una sensibilità all’apprendimento di ulteriori idiomi.
    Detto tutto questo è davvero difficile giudicare il comportamento di una persona senza conoscere i motivi interiori del suo agire. Le lingue sono fatti identitari: rifiutarne del tutto una e rinunciare del tutto a tramandarla (direttamente o indirettamente) potrebbe avere motivazioni profonde che uno neanche si immagina.
    Elisabetta C.
    (www.educazioneglobale.com)

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