Le 3 regole del Gioco con la G

Ho assistito a una lezione molto interessante del Dr. Cosentino, del centro Don Calabria a Verona, e anche se non era strettamente inerente all’apprendimento dell’Ingese o delle lingue c’è una cosa in particolare che mi ha colpito e che credo dovrebbe interessare tutti noi:

Cos’è il gioco? O meglio, come si riconosce il gioco?

1) Il gioco è spontaneo, l’iniziativa viene dai bambini, le direzioni, variazioni, improvvisazioni sono tutte spontanemente suggerite e implementate dai bambini

2) Il gioco non ha scopo, se non quello di divertirsi

3) Il gioco non prevede il giudizio, la valutazione, il risultato, è appunto interamente fine a se stesso

Che significa tutto ciò?

Significa che se diciamo:

– dai bambini, adesso facciamo un gioco, si gioca così e così… questo non è un gioco, è un’attività

– Luigi perchè non provi a… questo non è un gioco, è un’attività

– bravissima Elena, sei stata proprio brava a… questo non è un gioco, è un’attività

– no, non si fa così, si fa così… questo non è un gioco è un’attività

– vuoi che ti aiuti a… questo non è un gioco è un’attività

 

Quindi le attività sono sbagliate e il gioco è giusto?

No affatto, le attività possono essere molto ludiche, e molto educative, sono molto utilizzate, sono un mezzo importante per raggiungere determinati scopi pedagogici, ma non sono gioco, sono una cosa diversa.

E’ importante rendersene conto, come genitori e come insegnanti, se no si rischia di programmare tutta la giorntata dei bambini e andare a letto contenti “Ah che bello, hanno giocato tutto il giorno!”, e invece magari no, magari hanno manipolato, saltato, fatto puzzle, letto e cantato tutto il giorno, ma non hanno giocato.

E anche il gioco è importante, magari sembra che giocando i bambini non imparano perchè noi non gli stiamo insegnando niente, e invece stanno esplorando, capendo, organizzando, pianificando, metabolizzando o anche solo divertendosi.

 

Ma quindi come si fa a far giocare i bambini se il gioco per definizione esclude l’intervento degli adulti?

Creando le condizioni perchè il gioco si sviluppi da sè. Lasciando in giro o alla portata del bambino determinati materiali o strumenti piuttosto che altri, ma lasciando che siano loro ad usarli, come e quando vorranno, senza cercare di indurli esplicitamente a farlo.

Per esempio possiamo tirare fuori e lasciare casualmente in giro la bambola/pupazzo che “parla” (metaforicamente) Inglese, i libri o altri materiali. Possiamo mettere a portata del bambino (quando l’età lo consente) un lettore CD da poco e i CD con gli audiolibri, possiamo mettere nel cesto dei travestimenti (perchè abbiamo un cesto dei travestimenti, vero?) qualche indumento che induca a diventare il personaggio del tale libro (che ovviamente sarà nella lingua minoritaria). Noi siamo in piena fase pirati e Zorro, una sciarpa della mamma legata in vita trasforma A. in un pirata, un cappello nero della nonna lo traforma in Zorro, poi ovviamente c’è la spada che va bene per tutte le occasioni.

E poi nel gioco non correggiamo mai, se il bambino ha voglia di cantare Twinkle Twinkle Little Star battendo le manine, ben venga! Dice Tikko tikko lillasta? Nessun problema! Non si corregge, non si riprende, si accoglie il gioco del bambino con un gran sorriso, certo il genitore che canta con il bambino non deve storpiare le parole per adattarsi, può continuare a proporre la versione corretta come esempio, ma senza chiedere nulla al bambino.

Qui su Bilingue per Gioco parliamo molto di come la lingua debba essere vissuta con spontanietà, debba essere desiderata dal bambino stesso, e secondo questa riflessione ci può aiutare a creare queste condizioni.

Un’avvertenza, il gioco spontaneo per definizione nasce quando nasce, non quando vorremmo noi. Magari il bambino vede la sciarpa e si strasforma subito in pirata, magari bisognerà leggergli il libro molte volte prima che faccia l’associazione.

Per saper giocare bisogna anche saper aspettare.

Immagine: Playful Parenting, amazon.it e amazon.co.uk (consigliatissimo)

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Comments

  1. fiorelena says

    Anche questo è uno spunto interessantissimo su cui riflettere… tu non ci deludi mai!Grazie Letizia

  2. says

    Oh non potete immaginare il sorriso a 3420 denti che ho da quando ho terminato la lettura!

    Il mio pensiero trasposto in formato più condivisibile ed accessibile (solitamente farfuglio in questi discorsi)!

    Condivido a pieno (che lo dico a fare!?)

    Grazie, grazie, grazie, grazie!!!

  3. Flavia says

    Molto interessante. E (mi sembra) il discorso calza anche un po’ con i miei dubbi sul (dover a volte accettare di) fluire da una lingua all’altra, proprio per non interrompere quella spontaneità del gioco di cui parli. Dici ‘lasciare in giro’ il pupazzo che parla inglese (bellissima idea che applicherò). Non volendo/potendo io scegliere di lasciare a portata solo le risorse in lingua minoritaria, per forza di cose nei momenti di gioco continuerà ad essere lui a stabilire le regole, o meglio a dirigere inconsapevolmente il passare del tempo. Insomma, mi si conferma, nel nostro non-sistema di little drops che tenteremo di migliorare, che dobbiamo cercare di essere flessibili nell’assecondare le sue richieste, che siano in italiano o inglese, ma anche (come mi consigliavi) cercare di salvare uno spazio giornaliero per la lingua minoritaria (che sarebbe o potrebbe diventare il tempo dell’attività. Forse potremmo anche scegliere di lasciare il gioco a libera sua scelta e cercare di fare le ‘attività’ solo in inglese…). Insomma, come sempre ulteriori interessanti spunti di riflessione… e la consapevolezza che dobbiamo cercare, con naturalezzza, di recuperare in alcuni momenti un po’ di rigore. Argh…

  4. giada says

    Veramente interessante, proprio ieri pomeriggio riflettevo su quest’aspetto…eravamo in camera di G. e lui prendeva libri,giochi, ecc ed in ordine sparso giocava a modo suo. Io, che ero con lui nella stanza, stavo intervenendo per manipolare il gioco ed insegnargli a fare le costruzioni che aveva in mano o a sfogliare il libro che stropicciava, ma subito ho pensato a quest’aspetto affrontato dal post. Mi sono fermata ad osservarlo giocare ed ho partecipato al SUO gioco, facendogli compagnia ma rispettando le SUE modalità.
    PS: quando si comincia con il cesto dei travestimenti? mi spiegate meglio in cosa consiste? cioè, in un baule si mettono tanti accessori vintage e si stimola il bambino con la fantasia ad interpretare vari personaggi fantastici?? e poi una volta che il bambino conosce il gioco potrà giocarci in autonomia???

    • Marta says

      Ciao Giada,
      ho letto la tua domanda finale e mi permetto di risponderti subito, così a caldo, basandomi sulla mia esperienza personale. Poi magari ci saranno persone più competenti che ti daranno risposte più esaurienti dal punto di vista pedagogico o altro.
      Comunque sia, qui in Olanda, dove vivo, la cesta dei travestimenti è cosa comune, direi quasi scontata. Ce l’hanno anche all’asilo! Come hai già intuito, si tratta di travestimenti di vario tipo, dal vestito di Cenerentola, comprato bell’e fatto con tanto di accessori, a sciarpe e cappelli che non si mettono più, proprio come diceva Letizia nel post. Questi ultimi lasciano ovviamente molto più spazio alla fantasia e mi sembrano da preferirsi, ma insomma, ognuno poi fa come gli pare. Di solito si mette il tutto in una cesta o altro contenitore, e sono considerati come giochi veri e propri. Ovvero, se ne stanno tra le costruzioni e i puzzle, e sono sempre a disposizione del bambino.
      Per finire, il travestimento da queste parti è cosa talmente normale che nessuno si stupisce se il bambino esce di casa vestito da pirata dalla testa ai piedi o con un paio di alette da farfalla sulla schiena. Li vedi all’asilo (sì, ciò significa che sono usciti di casa così al mattino e staranno vestiti così fino a sera, qui il grembiulino non esiste), per la strada, al supermercato. Devo ammettere che all’inizio la cosa mi sembrava strana, adesso mi mette di buonumore.
      Dal punto di vista del bilinguismo, mi sembrano un ottimo strumento per il gioco di ruolo e un uso diverso della lingua minoritaria. Ovvero, oggi sei vestito da pirata? D’accordo, allora magari possiamo parlare “in gergo” piratesco e mi rivolgerò a te come capitano, mentre io sono il mozzo, ecc. Il tutto, sempre, assecondando l’umore del bambino – tanto per tornare al post di oggi.
      Spero di esserti stata d’aiuto!

      • giada says

        grazie Marta, si che mi sei stata d’aiuto!
        Ps: Darà sicuramente allegria vedere nella città dove vivi questi bimbi fuori dal contesto carnevalesco vestiti in giro per la città :)

        • Marta says

          Sì, effettivamente è una bella nota di colore. Soprattutto se il tempo è grigio…

    • Bilingue Per Gioco says

      Giada, ti confermo che anche da noi il cesto dei travestimenti si trova anche in asili e scuole materne, a casa nostra è un cestone (dell’Ikea, per dire) pieno di roba smessa, che dire vintage è più bello, ma davvero è solo roba smessa. Dentro troviamo sciarpe e cappelli, dei pantaloni vecchi, delle bretelle, addirittura un lenzuolo, gilet, roba strana, borsette, in effetti manca la gonna, ne procurerò una…
      Ciao!
      L.

  5. says

    “Per saper giocare bisogna anche saper aspettare” … mi piace !
    … a volte mi sento pure in colpa perchè al ritorno dal nido o dalla scuola materna non sono pronta a stimolarli con mille altre proposte e “attività”.
    Ma poi placo velocemente la mia ansie da mamma-lavoratrice pensando che almeno a casa, tornati da una giornata piena zeppa di stimoli e attività, siano liberi di girare per casa e scegliere su che gioco fermarsi … o anche solo semplicemente fermarsi, magari per una coccola ! … da soli, in coppia o in tripletta !

  6. says

    ”Creando le condizioni perchè il gioco si sviluppi da sè”
    Mi scuso se faccio la voce fuori dal coro ma non credo esistano bambini che hanno bisogno di condizioni predisposte da un adulto per giocare :-)
    Creano universi dal nulla (ma proprio dal nulla!) e compiono miracoli che durano ORE con una scatola di cartone ”rubata” dal contenitore della differenziata e un legno raccolto nel bosco. Di solito sanno farsi capire molto bene quando hanno voglia di starsene da soli nel loro universo parallelo (esattamente come quando hanno fame-sete-sonno: inequivocabile!). Ma magari sto generalizzando.
    Certo fa riflettere il fatto che esista una sorta di teorizzazione ed educazione a qualcosa di cosi’ naturale e basilare come il gioco.
    Per quanto riguarda la risoluzione dell’ ossimoro di DOVER vivere le lingue con SPONTANEITA’ la vedo davvero un’ impresa ardua, se ti va un giorno ne parliamo :-)

    • Bilingue Per Gioco says

      Eleonora,
      l’idea era un’altra, ovvio che i bambini non hanno bisogno di aiuti per giocare, ma se l’educatore o il genitore vuole lasciarli giocare liberamente E al tempo stesso dargli la possibilità di utilizzare/sviluppare determinati skill lo può fare seminando indizi, e lasciando che sia poi il bambino a coglierli nel proprio gioco. L’esempio più semplice è quello delle attività motorie, determinate attività possono aiutare a sviluppare skill motori, la manipolazione, l’equilibrio. Possiamo dire, forza bambini adesso saltiamo tutti nei cerchi (o camminiamo su una linea o quello che è), oppure possiamo lasciare in giro i cerchi disposti in un certo modo (o una corda, o quello che è), lasciando che siano i bambini a decidere di giocarci. Non è detto che lo faranno, forse lo faranno ma in modo diverso da quanto mi aspettavo, certo però che se io non lascio questi cerchi a portata di mano e predisposti in una certa maniera il bambino giocherà lo stesso, ma sicuramente farà tutt’altro, magari si metterà a leggere. Il fatto di far giocare i bambini non esclude quello di dargli degli stimoli mirati ma lascia comunque al bambino la libertà di coglierli o meno ed eventualmente elaborarli.
      Quanto al resto, sempre disponibile a parlarne, certo che l’idea non è che il bambino DEVE vivere la lingua con spontaneità, per definizione la spontaneità non si impone, nè credo di aver mai detto/scritto nulla del genere, piuttosto direi che il genitore DOVREBBE capire che se le lingue vengono imposte, se diventano un dovere, nel lungo termine si rischia di sperimentare un rifiuto.
      L.

      • giada says

        sono d’accordo con te Letizia. Io al momento, G ha 14 mesi, vivo e faccio vivere a mio figlio l’esposizione alla lingua minoritaria in modo assolutamente spontaneo e ludico. Attualmente G gioca,ride ed i pomeriggi passano veloci, non mostrando nessun atteggiamento infastidito o controproducente. Crescendo chi lo sa come evolverà il tutto, staremo a vedere…ma alcune testimonianze dimostrano che ” se po fa’ ” !
        Inoltre credo che molto dipenda dal genitore, come vive tutto. Se esporre il figlio ad una seconda lingua è stressante e lo vive come un dovere od un obbligo è difficile che il figlio riesca ad estrapolarne qualcosa di gioioso e ludico…

      • says

        Letizia, sia chiaro che non è una critica ma un punto oscuro che mi piacerebbe portare alla luce. Ho preso, volutamente decontestualizzato ed elevato a topica la la frase, direttamente dal post:
        ‘‘Qui su Bilingue per Gioco parliamo molto di come la lingua debba essere vissuta con spontanietà,,
        perché riassume bene un punto cieco (magari è solo un problema che mi pongo io, nel caso chiedo scusa…) che non finisce di convincermi a proposito di educazione plurilingue: più si parla di una cosa, più la si indaga, più la si conosce, più se ne prende inevitabilmente una distanza emotiva a discapito della spontaneità e della naturalezza (non sto facendo apologia della disinformazione, vediamo se riesco a farmi capire). Ci sto riflettendo, magari con due lingue il problema non si pone, ma con 3-4 e bambini più grandi (al momento di strutturare la lingua, imparare a leggere e scrivere, dedicare un certo tempo ed una certa energia ad ogni lingua) le cose dal punto di vista della spontaneità iniziano a complicarsi un po‘.
        Per quanto riguarda l‘ argomento gioco (a parte in casi patologici specifici che necessitano stimolazione intensa e continua) mi piaceva l‘ idea dell‘ ‘‘astensione totale dal controllo,, come esercizio di fiducia (nelle capacità del bambino, nella natura creativa umana che impara autoalimentandosi da ogni piccola cosa) visto che, come si è detto, ci sono le attività per sviluppare certe capacità (è la traduzione corretta di ‘‘skills,,? :-S). Lasciare in giro oggetti per ‘‘finto caso,, già mi sa di manipolativo (nel migliore dei sensi, ovvio) ma probabilmente sono i puristi il come me che rovinano il mondo 😉

        • Bilingue Per Gioco says

          Eleonora,
          imparare a leggere e scrivere è in effetti un passo in più, che in genere non si fa con spontaneità nemmeno nella lingua madre, sì va bene, alcuni bambini ti chiedono di insegnargli le letterine, ma poi a scuola ci si arriva (quasi) tutti, e la scuola di sicuro non può essere basata solo sul gioco e la spontanietà, sarebbe bello se ci fosse (molto) più gioco e spontaneità, ma una certa struttura ci vuole. Quanto al resto, dici “ci sono le attività per sviluppare certe capacità”, sì ma il punto è che le attività possono diventare gioco e continuare a svolgere un ruolo educativo se proposte in un certo modo, mentre dall’altro lato non dobbiamo pensare che i bambini stiano giocando perchè stanno facendo attività, come spesso si è indotti a pensare, perchè non so voi, ma io mica pensavo che dicendo “dai giochiamo” avrei automaticamente precluso il gioco, ora lo so…
          L.

  7. Nadia says

    Grazie per aver condiviso queste osservazioni sul gioco. Sono semplicemente fondamentali da non dimenticare!

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