Nevicate di parole (Quando la lingua minoritaria si sblocca)

Durante l’emergenza neve a Roma, e per una settimana e mezza, i bambini sono andati a scuola per soli due giorni. Questo si è tradotto in una, non cercata, immersione totale in lingua spagnola, con l’eccezione di giusto due mattinate a scuola. I miei figli (4 e 2 anni) sono quindi stati tutto il tempo, o quasi, con me. Le nostre conversazioni, i nostri giochi, i cartoni animati e i film, la musica… tutto in spagnolo.

I primi giorni non ci ho fatto molto caso, anche se mi sono resa conto che la bimba si rivolgeva quasi sempre in spagnolo al fratellino. Altri giorni, dopo aver trascorso la mattinata a scuola immersa nell’italiano con gli altri bambini, i primi minuti le viene più naturale rivolgersi a lui in italiano, riproponendo i suoi giochi della mattina a lui. È lì che subentro io, e le chiedo se per favore può parlare in spagnolo al fratellino, per aiutarlo a imparare tutte le parole che lei, bravissima!, sa già dire. E lei non vede l’ora di aiutare il fratellino a imparare, a volte persino scandendo le parole. La fa sentire utile e importante, ma soprattutto graaaande!

Il giorno del rientro a scuola e al nido, dopo essere stati con me per cinque giorni completi, abbiamo assistito al pistoletazo de salida, vale a dire, mio figlio si è buttato nella giungla bilinguistica. È avvenuto di pomeriggio, appena rincasati dopo la scuola (in italiano).

Era già da un po’ che lui comunque diceva qualche parolina in italiano: tao (ciao), pappa, mamma, papà, tattie (grazie), tieni,batta (basta), no (sì), gatto, e nominava alcuni suoi pupazzetti per nome. Il tutto con la solita lengua de trapo dei bambini piccoli. Lo spagnolo lo comprende come l’italiano e si era già buttato con qualche parolina, ma poco più di hola. E quasi sempre frasi composte da una sola parola.

Quel pomeriggio lui si è sentito pronto e si è lanciato. Arrivati a casa, mi ha chiesto il latte. In spagnolo, però, e con due parole: mamá, ‘etche. (mamá, leche). Come faccio a sapere che non sia stato italiano, visto che effettivamente ha pronunciato tutto a modo suo? Gli ho chiesto conferma: ¿Qué quieres? E lui: ‘etche! Con due -e, neanche una traccia di -a iniziale e una consonante che era una via di mezzo tra la t- e la ch- spagnola. E ha cominciato a dire tattiaa, non tattie. È una vocale, lo so, ma l’ha anche allungata! Non solo l’ha pronunciata in spagnolo, ma ha saputo compensare la -s che ovviamente non sa ancora fare con la pronuncia doppia della vocale (che è anche il modo andaluso).

Poi quello stesso pomeriggio abbiamo guardato un po’ di fotografie noi tre insieme, prima dell’arrivo del papà. Appena si è visto, ha pronunciato il suo nome, chiaro e forte. Prima volta in assoluto! Così abbiamo giocato a fargli dire chi vedeva in fotografia: mamá, papá, Nanna (la sorella, forse da hermana?). Ecco, parentesi: se gli si chiede ¿Dónde está tu hermana? lui la cerca oppure indica verso di lei con il dito. Dunque probabilmente Nanna viene da lì, da hermana.

In serata, sempre quel giorno, abbiamo visto Buscando a Nemo (Alla ricerca di Nemo). E lui, di nuovo, si è buttato: ‘Emo, ‘Emo! Sì, d’accordo, è un nome, non è mica una parola spagnola. Ma lui questo non lo sa. Lui la sente all’interno di un contesto (il film) spagnolo, e non l’aveva nominato mai prima. Non solo: alcune scene che altre volte gli avevano messo un po’ paura questa volta invece era sereno, o addirittura rideva (con la scena iniziale della barracuda, quella in cui si mangia la mamma e i fratellini di Nemo. Per dire. Io non rido! Nun ce gnente da ride!).

Non si è fermato a quel pomeriggio, e sono oramai settimane che linguisticamente si comporta così.

Mi ha incuriosito il fatto che lui non si sia lanciato a parlicchiare in spagnolo mentre eravamo tutti a casa, ma proprio appena tornato dal primo giorno di nido, dopo il periodo a casa. Mi fa pensare a una sorta di consapevolezza nata dal fatto che è passato drasticamente da una lingua (lo spagnolo) all’altra (l’italiano) nel giro di poche ore, e che l’impatto con la sua lingua maggioritaria (l’italiano) abbia in un certo senso attivato la sua competenza, finora prettamente passiva, della sua lingua minoritaria (lo spagnolo). È risaputo che spesso i bambini, dopo avere trascorso dei soggiorni nel Paese dove si parla la lingua minoritaria, sperimentano dei progressi. In effetti con la primogenita è sempre andata così (lei ora parla molto bene lo spagnolo), e ora che lui ha compiuto due anni posso dire che anche piccoli “soggiorni” di soli pochi giorni possono fare la differenza!

Año de nieves, año de bienes. Anno di nevi, anno di beni.

Potremmo anche dire, per quanto riguarda i bilinguini, giorni di nevi, giorni di beni.

 

Immagine: El muneco de nieve, amazon.es

Related Posts with Thumbnails

Comments

  1. Nicoletta says

    Che bello, le prime paroline del piccoletto! Anch’io sento molto la differenza col bimbo tra quando passa qualche giorno con noi, e quindi parla e sente parlare la lingua minoritaria (l’italiano) per la maggior parte del tempo e quando va al nido e poi passa il pomeriggio con gli “abuelos”, e quindi sta totalmente “immerso” nella lingua maggioritaria, lo spagnolo: in questi casi sembra che gli “costi” un pochino di più passare di nuovo alla lingua in cui comunichiamo…

    • says

      Sì, finora parlavo sempre del bilinguismo della primogenita, perché il secondogenito era dadalingue, pero ahora ¡se ha soltado la melena! :-)

  2. NicolettaS says

    che bello!!! io in questo sono un pò demoralizzata. la mia usa lo spagnolo solo per le canzoncine , per alcuni colori e qualche numero. per il resto solo italiano..

  3. Carlo says

    È un’esperienza molto bella quella sperimentata da te, Carolina. Me da mucho ánimo a mí, che da due anni e mezzo, da quando è nata M, sto sperimentando un bellissimo progetto con mia moglie. Entrambi italiani, dopo 10 anni a Barcelona, abbiamo avuto M ed abbiamo deciso, dalla nascita e senza MAI infrangere la regola, che io avrei parlato solo spagnolo e mia moglie italiano. Che funzionava si è visto subito, con M che passava 8 ore al giorno al nido in català e poi veniva a casa e capiva entrambi i genitori.
    Ormai da qualche mese rientrati in Italia, continuiamo sulla stessa linea, avendo sostituito il català del nido con l’inglese.
    Quello che più mi soddisfa è che M, immersa in un mondo che ora parla italiano, fa degli sforzi enormi per rivolgersi a me in spagnolo. Con 34 mesi è in grado di sostenere una conversazione completa di soggetto, verbo e complementi.
    Le piace, insomma, è BILINGUEPERGIOCO 😉
    Da settembre andrà al college britannico e lì partirà la nuova sfida per tutti, ma non ci fermiamo, è troppo diverte te!

    • says

      Difatti è quella la chiave, a mio avviso: il piacere di parlare una lingua. Il piacere di sapere di rendere felici mamma/papà/i nonni è ciò che fa scattare spesso nei bambini la volontà di fare lo sforzo. Perché di sforzo si tratta all’inizio, inutile negarlo. Anzi, riconosciamo questo sforzo che i nostri piccoli fanno e siamo loro grati! :-)

  4. Ivonne says

    Anche noi notiamo la differenza nel w-e, quando posso stare più tempo con le Pulci, la produzione inglese di Elisa aumenta, ma in un mondo di italiani parla prevalentemente italiano, con tutti i mixing di cui abbiamo parlato qualche giorno fa. Visto che parlate di “piacere” nel parlare una lingua, non capiterà un giorno che, per farci dispetto, rifiuteranno la lingua che abbiamo scelto di parlare con loro (nel mio caso Eng, ma non sono madrelingua)? Avete storie al riguardo?
    Ivonne

    • fiorelena says

      Speriamo proprio di no!!! E sinceramente non lo credo a meno che non diventi una pesante imposizione. Con mia figlia ho cominciato a 20 mesi ed è stato tutto estremamente naturale: oggi ch eha 25 mesi la sua lingua dominante è l’inglese pur non essendo io madrelingua. Più di qualcuno mi ha detto che i figli “parlano la lingua della mamma”: non lo escludo!
      Grazie a tutti per le utili testimonianze.

  5. Sara says

    Con mio figlio di 18 mesi ho sempre parlato spagnolo, mentre il contesto dove viviamo e’ totalmente Italiano. Il piccolo G. Capisce chiaramente lo Spagnolo abbiamo un po di problemi con l’uso della parola Agua, e’ piu’ facile magari da pronunciare di Acqua quindi la usa piu’ spesso e la parola Palla che e’ piu’ facile di Pelota, ma per il resto spero che piu’ in la non si confonda. Vorrei a tre anni mandarlo a scuola spagnola ed iniziare con l’inglese, che ne dite? Io ho studiato in inglese all’universita’ americana e lavoro in inglese, potrei integrare con Learn with Mummy o potrebbe essere troppo? Un saluto a tutti.

    • Carlo says

      Ciao, da quello che racconti, sembra che la cosa funzioni molto bene. Se tu sei in grado di continuare con lo spagnolo senza tregua, il mio consiglio è quello di mandare G. alla scuola britannica. È infatti molto più facile che continui imparando lo spagnolo a casa e che l’inglese diventi la sua lingua del gioco e dello studio, tantopiù che per te sarà facile seguirlo nei compiti in inglese.
      M. farà tre anni fra pochi giorni ed oramai il dominio dello spagnolo è sorprendente, anche se lo parla con me poche ore al giorno ed è immersa in un mondo di italiano-parlanti. Fra pochi mesi andrà alla scuola britannica e prevedo un grande successo della piccola trilingue. Vedrai che sarà incredibile la coscenza che prenderà di essere multilungue. A me spesso dice “hablo español con papá, italiano con mamá e inglés con Alessandra”, riferendosi all’ora al giorno che fa di inglese al nido in preparazione al college.
      Questi cuccioli sono uno spasso, quando sono multilingui, poi, sono irresistibili!

      Buon divertimento!!!

Leave a Reply