La lingua sessista

Hmm, ecco un post che farà discutere, per prima l’ospite di questo blog… Ci vediamo nei commenti...

Quanto è grande la forza delle parole e dove si colloca esattamente? Per sintetizzare un discorso molto complesso, possiamo dire che questa forza si manifesta in due modi: da un lato nelle parole che usiamo, dall’altro nelle parole che ‘ci usano’.
Quotidianamente, facciamo delle parole un uso più o meno esplicito e consapevole, più o meno scoperto e riconoscibile: ad esempio, usiamo le parole per fare qualcosa con gli altri (organizzare una cena insieme) o nei confronti degli altri (convincerli a venire a cena).
Sono invece le parole ad usare noi quando attraverso queste tramandiamo, per lo più senza rendercene conto, la cultura che le ha generate e selezionate.
Uno dei settori più conosciuti è quello dell’uso sessista delle lingue. Per i parlanti italiani è ‘normale’ dire, al plurale, ‘i bambini, i ragazzi, i ministri, i chirurghi’ anche quando nel gruppo non ci siano solo individui di sesso maschile. In realtà, questo uso ‘generico’, ‘non marcato’ che facciamo del plurale maschile ci arriva in eredità da un mondo in cui le donne hanno sempre avuto ruoli marginali, subordinati. Per quale altra ragione al mondo, altrimenti, sui giornali leggiamo “Il segretario di Stato Hillary Clinton” ? Il fatto è che il termine ‘segretaria’ suona male. Ma perché? Il problema non sta nella parola, ma nella tradizione che si porta dietro: quella di un ruolo subalterno e per lo più ricoperto solo da donne. Quando una donna arriva finalmente a ricoprire un importante incarico, il termine maschile continua ad essere sentito come di maggior prestigio e sono le donne stesse a preferirlo, a certificazione del traguardo raggiunto.

In realtà, da qualche decennio ormai, in moltissime lingue è in atto una riflessione sulle parole e sugli usi linguistici per renderci consapevoli di quello che diciamo facendo certe scelte linguistiche e di come potremmo iniziare a cambiare le cose cambiando il modo in cui parliamo. Vi segnalo alcuni link, ma soprattutto mi piacerebbe che potessimo insieme raccogliere qui le vostre testimonianze, i gruppi di studio, i siti, i blog, i dipartimenti, i singoli che, nelle diverse lingue che conoscete, denunciano gli usi sessisti della lingua o propongono una discussione su usi discriminatori delle lingue. Perchè di discriminazione si tratta, ed è per questo che il discorso si può allargare ad altri temi, ad esempio quello della disabilità (ringrazio Barbara MFC per i link su questo tema).

L’argomento è di grande attualità e forse per questo motivo si espone ad un rischio: quello dell’adesione formale ad un nuovo codice, senza che cambino la mentalità e le cose. L’idea di fondo di questi studi è invece più radicale e la possiamo far rientrare nell’ambito di un processo emancipatorio cui l’educazione linguistica aspira: un processo di riflessione, cioè, che possa renderci sempre più consapevoli, e non passivi, nell’uso delle lingue. Ognuno può fare le scelte che vuole, sapendo però che ci sono altre possibilità e che c’è una riflessione in corso che propone di ridiscutere alcuni usi cercando nuove soluzioni.

 

Link di approfondimento

Suggerimenti per un linguaggio non sessista

Il sessimo linguistico: un dibattito

Quando il linguaggio è liberatorio

Invalido a chi? Disabilità: le parole corrette

L’handicap delle parole

 

Immagine: Delusions of gender: the real science behind sex differences, amazon IT e amazon UK

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Comments

  1. Bilingue Per Gioco says

    Sono d’accordo solo in parte con questo post, quindi dirò il mio punto di vista.

    Sì è vero, la lingua trasmette una visione del mondo, anche una visione del proprio essere uomo o donna, una visione della società.
    Sì è vero questa visione è androcentrica in quasi tutte le lingue, certo in tutte le lingue europee, perchè queste lingue sono il risultato di società patriarcali.

    Questa è discriminazione?
    Mi sembra una parola forte…
    Mi sembra un po’ eccessivo voler rileggere tutta la storia nella chiave dei rapporti tra generi, a mio modesto parere (di donna che ha sempre lavorato tra gli uomini ed è ipersensibile alle differenze di genere) non si può fare la guerra alla storia. La nostra storia è questa, sì è il risultato di una società patriarcale e ingiusta, sì sarebbe bello se fosse diversamente, ma non lo è. Guardiamo avanti.

    Guardare avanti significa fare proprio il bignami del lessico non sessista proposto al primo link?
    Mi sembra una cosa assurda… Io così non parlerò mai. Se mi sembra corretto che in un documento ufficiale si parli di corpo studenti, io, sempre la stessa donna ipersensibile alle questioni di genere e parecchio emancipata, continuerò a parlare di studenti.
    Si può disegnare una lingua a tavolino? Non credo.
    E’ necessario? Non credo.

    La domanda che invece mi sembra veramente importante è Ma è possibile pensare una lingua neutra?
    Mi piacerebbe sentire il parere di un linguista, ma la mia sensazione è che certi meccanismi sono insiti nella lingua e non modificabili.
    Esempi:
    Il femminismo tedesco è stato, ed è, un femminismo potente, agguerrito e quasi aggressivo, il risultato lo si respira nella vita di tutti i giorni vivendo in Germania, dove gli stereotipi di genere sono molto meno marcati che da noi (e, dice sempre la stessa donna sensibile al tema, la cosa ha anche i suoi effetti collaterali…), ciò nonostante la lingua tedesca rimane una lingua fortemente caratterizzata dall’uso del genere e non meno patriarcale della nostra. Stesso problema linguistico, società molto diverse.

    La lingua Inglese invece è per definizione neutra, non solo perchè quasi tutti gli oggetti sono neutri ma anche perchè aggettivi e participi hanno una sola versione per tutti i generi. Risultato, un linguaggio gender neutral in Inglese è realizzabilissimo, basta dire he or she quando si parla, s/he quando si scrive, e la verità è che si scrive e si parla proprio così. Certo questo è stato il risultato di un’evoluzione sociale e linguistica, ma un’evoluzione che ha trovato terreno fertile nella struttura della lingua.

    Personalmente quando penso (non parlo, PENSO) in Italiano io adotto inevitabilmente le strutture maschili della lingua Italiana, quando penso (ripeto PENSO) in Inglese io adotto automaticamente le formule gender correct dell’Inglese, penso con tutti gli he or she del caso. Questo mi rende meno discriminatoria quando penso in Inglese che quando penso in italiano? Forse, non lo so, sarebbe bello verificarlo. Ma di certo non potrei pensare in questo modo nemmeno in Inglese se non fosse la struttura stessa della lingua a permettermelo (e la consuetudine a indurmici, certo, perchè la lingua è solo uno strumento, poi il singolo e la società ne fanno ciò che vogliono e possono).

    My 2 cents,
    Letizia

  2. Arianna says

    Io aggiungerei la discriminazione linguistica legata a tutte quelle attività lavorative di assistenza alla persona e alla famiglia. Nonostante l’importantissima, in molti casi vitale, funzione sociale svolta da queste persone e dal loro lavoro molto spesso il linguaggio le relega in ruoli subalterni: “badante”, “domestico/a”, “filippino/a”, “servo”(!). Riguardo a quest’ultimo, leggevo in uno degli articoli segnalati che si ritiene ormai non più usato: anche io lo pensavo, purtroppo lo scorso anno mi sono dovuta ricredere. La cosa più triste è che l’ho sentito usare con assoluto candore da una ragazzina, precisamente una studentessa delle medie della nota scuola bilingue romana in cui mi era venuto in mente di iscrivere le figlie: l’avevo incontrata in giardino e le avevo chiesto un’informazione, lei mi ha indicato l’edificio cercato dicendo “lì accanto, lì, vede, dove c’è la serva che pulisce”. Io mi sono sentita sprofondare…

  3. Roberta says

    anch’io sono d’accordo solo in parte. Da madrelingua portoghese, io non penso assolutamente che quando parlo “dei miei fratelli” (ho due sorelle e due fratelli), io stia usando un linguaggio sessista. E la stessa cosa per dire “gli studenti” e altri esempi presenti nel primo link “suggerimenti per un linguaggio non sessista”.
    Sono d’accordo, invece, quando si usa i nomi di mestieri, professioni, cariche, ecc., anche perchè in portoghese abbiamo le forme femminili e non poter dirle in italiano mi è stato sempre un problema, ho fatto molto spesso questo errore.

    Vorrei anche dire che in svedese, la parola “sjuksköterska” (infermiere) é sempre usata nella forma femminile, lo stesso succede con “kassörska” (cassiera) e “barnmorska” (ostetrica). Ci sono altri esempi ma io non me li ricordo adesso.

    • says

      Sulla questione di alcuni termini in lingua svedese che tu porti come esempi, Roberta, é oramai da tempo che il mio compagno svedese ed io ne discutiamo.
      Siccome le professioni che indichi ormai non sono piú solo appannaggio del sesso femminile, noi pensiamo che non dovrebbe essere difficile poter usare una corrispondente forma ‘maschile’ tipo ‘barnskötare’, ‘sjukskötare’, ‘kassör’, ‘städare’ e cosí via.
      La stessa cosa potrebbe essere possibile con professioni un tempo di appannaggio solo maschile come ‘vetenskapMan’ (scienziato), ‘brandMan’ (pompiere), eccetera, visto che attualmente ci sono sempre piú donne che ricoprono questi ruoli.
      La nostra impressione (sia di lui, madrelingua, che mia, non madrelingua) é che non suonerebbero nemmeno cosí strani. Ci suona molto piú strano dover chiamare ‘sjuksköterska’ l’infermiere uomo.

      Sul corrispondente problema nella lingua italiana credo sia una questione di abitudine. Finora il termine ‘segretaria’ indica una mansione subordinata ad un capo, e quindi adottata malvolentieri anche dalla diretta interessata (segretaria di Stato, di partito, di sindacato), ma se pian pian piano si fa l’abitudine al fatto che una donna ricopra questi incarichi di prestigio, e si usa il nome della professione al femminile, mi immagino che quest’ultimo cominci poco a poco ad acquistare una connotazione prstigiosa, finora riservata al solo corrispettivo maschile.

      • Arianna says

        Sono d’accordo sulla questione del prestigio, ecco un paio di esempi pratici in italiano: una mia ex collega diventava verde di rabbia se si osava chiamarla “architetta”, lo riteneva offensivo e canzonatorio, soprattutto se usato da uomini…invece, è da notare come non ci siano generalmente problemi con “direttrice” in ambito scolastico (anche se leggevo in uno dei commenti ai post linkati che ci sono donne che ricoprono questa carica che rifiutano questo appellativo; a me, nel piccolo del mio centro di formazione professionale, non sembra strano essere chiamata “direttrice”, semmai “direttora” o “direttore” non mi sembrerebbero corretti/appropriati…) ma lo stesso termine non è usato affatto in altri ambiti: Concita De Gregorio è stata per tutti (compresa lei stessa) il direttore de l’Unità. Perciò è chiaro che il linguaggio riflette la frequenza d’uso: mentre l’insegnante (la maestra) e, in minor misura, la direttrice di scuola è un ruolo professionale ricoperto spessissimo da donne, così non è per quanto riguarda il direttore di testata giornalistica; sarebbe da augurarsi – e, come genitori ed educatori, fare in modo, per quanto possibile, cercando di cambiare la testa delle persone (che è quello che poi stiamo facendo, no?!) – che queste cariche siano ricoperte sempre più da donne; a quel punto ci sarebbe sicuramente l’adeguamento del linguaggio comune  (btw anche nell’ambito scolastico c’è stata un’evoluzione significativa: mia mamma insegnante mi dice che ormai nella scuola pubblica anche nei gradi inferiori si usa il neutro “preside” e non il sostantivo di genere, al limite si cambia l’articolo: “il preside, la preside”)
         

  4. says

    Ciao, sapevo di toccare un argomento controverso per questo ho cercato – non so se ci sono riuscita- di metterlo in un’ottica di discussione e consapevolezza del dibattito e non di regole da seguire, che poi sono diverse da una lingua all’altra e che sono anche da discutere.
    I punti fondamentali mi sembrano due, rispetto alla riflessione di Letizia: in inglese gli usi citati sono stati portati dalla riflessione sul sessismo linguistico e non dalla grammatica. Nemmeno l’inglese e’ “neutro” ma con un po’ di ‘impegno’ sta diventando più ‘aperto’ a nuovi usi (un esempio: http://www.slideshare.net/aidenyeh/sexism-in-language).
    Il secondo punto che vorrei evidenziare è questo: capire cosa ci portiamo dietro quando diciamo qualcosa significa chiedersi anche se vogliamo portarlo avanti oppure no. E in che modo: ognuno può scegliere se adottare certe forme o meno, sapendo da dove derivano e quali sono le alternative. Ad esempio, una conoscenza non adeguata di una lingua può far usare parole che vengono percepite dalla comunità come non eque/discriminatorie/non sensibili… credo sia utile conoscere questo dibattito perchè ognuno possa poi regolarsi come vuole nelle lingue e nelle comunità che ha come riferimento, sapendo quali sono le forze in gioco e come possono ‘suonare’ agli altri le sue parole.
    Sul piano pratico: anch’io sono in difficoltà con alcune delle proposte per l’italiano… Lascio un titolo secondo me molto utile, che racchiude anche un corposo esperimento fatto nelle scuole elementari: http://www.ibs.it/code/9788843055333/che-genere-lingua?.html

    Seguo intanto il dibattito e i tanti spunti che vedo arrivano dalle diverse lingue, grazie!

  5. says

    A me invece questo affiorare inconsapevole della storia culturale di una lingua piace da impazzire: è come osservare le sovrapposizioni degli strati rocciosi, o i diversi interventi di restauro su un quadro antico e prezioso, o ancora le ricostruzioni architettoniche che poggiano su antiche fondamenta recuperate. Adoro l‘ emergere dei retaggi religiosi nelle espressioni idiomatiche di una lingua (nonostante nella maggior parte dei casi nascondano inquisizioni, torture e ‘‘sacri macelli,,) cosí come i vari spagnolismi-francesismi-germanismi nascosti nelle lingue reto-romanze (seppur testimoni di invasioni, violenze, soprusi e guerre). E la nostra realtà, la nostra storia. Voler cancellare tutto e dimenticare nel giro di una generazione in nome di un capriccio di momentanea politically correctness mi sembra rischioso… e anche un po‘ presuntuoso.

  6. Alison says

    Leggere quest’articolo mi ricorda una scena successa trentacinque anni fa. La professoressa di francese sta spiegando a noi, tutte ragazzine di undici anni di madre lingua inglese, che un gruppo composto di un milione di donne ‘elles’ sarebbe diventato ‘ils’ se soltanto una di loro dovesse portare con se’ il figlio appena nato. Ma che indignazione morale! Che rabbia! Ci e’ sembrato cosi’ ingiusto!

  7. Camomilla says

    Tema interessante e per me, ingegnera chimica che lavora nel mondo del petrolio, dove il 90% dei clienti e consulneti sono di cultura araba o musulmana in genere, particolarmente toccante.
    Avrei migliaia di aneddoti da riportare dove la lingua, i gesti ma anche la sola espressione del volto dei miei interlucotori hanno sottolineato, volutamente o no, una discriminazione di genere.

    La stessa lingua inglese che come giustamente e’ stato detto e’ per sua natura neutra e di conseguenza semplice da adattare al gender correct puo’ risultare cosi’ diversa se utilizzta da un saudita o da un norvegese.
    La mia personale opinione al riguardo, da non linguista e da professionista in un mondo altamente discriminante e’ che bisogna sforzarci tutti di ultizzare un linguaggio gender correct, di educare e sensibilizzare i nostri figli e le persone che ci stanno intorno, perche’ la discrimanzione peggiore, quella che fa piu’ male non e’ quella provocata da un gesto o una parola intenzionali, ma quella provocata da una parola o un gesto del tutto naturali, che nascondono un “e’ cosi’, e’ sempre stato cosi’, sara’ sempre cosi, e’ la cosa piu’ naturale del mondo, non mi pongo neppure il problema”.

    Io lo so che il termine ingegnera fa venire i brividi. Ma e’ quello che sono.

    • Bilingue Per Gioco says

      Però di nuovo il problema si pone solo in Italiano. In Italiano ti presenti come Dr. Taldeitali o Ingegnere Picopallino (ah, la passione tutta italiana per i titoli!), in Inglese sei anche un engineer (o doctor o lawyer, maschile e femminile uguale), ma non ti presenti certo come Engineer Smith, no? Sarai Mrs. Smith, Chief Engineer or whatever it is…

      Comunque appunto la partita, secondo me, si gioca non sulla grammatica ma sui comportamenti, i gesti, l’abbigliamento, il rispetto. Ma qui entriamo in un campo minato, che personalmente mi sono lasciata alle spalle da quando ho deciso di lasciare il mio vecchio lavoro e del quale, in tutta sincerità, non sento minimamente la mancanza. Oggi vivo piuttosto il problema opposto, sento la mancanza di una contributo maschile nel mio lavoro, perchè diciamocelo anche avere a che fare solo con donne è poco stimolante. L’equilibrio si raggiunge solo quando uomini e donne lavorano insieme e c’è equilibrio tra numeri e responsabilità, tutto il resto è retorica.

      L.

  8. Camomilla says

    “L’equilibrio si raggiunge solo quando uomini e donne lavorano insieme e c’è equilibrio tra numeri e responsabilità, tutto il resto è retorica.”
    Giusto, giustissimo, e’ esattamente cosi’, ma non e’ questo di cui staimo parlando ora, giusto?
    Qui stiamo parlando di forma, perche’ anche la forma e’ importante; e’ importante quando si educa, e’ importante quando ci si relaziona.

    Purtroppo il problema si pone tante volte anche in inglese, quando qualcuno non culturalmente sensibile al problema lo utilizza e non e’ un problema di presentazioni.
    Un cliente saudita, durante una riunione, una volta mi disse: “Are you the Process…process…uhmmm, is there a precise English word to define a female engineer?”

    Ecco, il “precise English word” utilizzato dall’anzianotto capo dei Vigli del Fuoco della Raffineria la dice molto lunga, lui voleva apparire gentile con me chiamandomi con la giusta parola inglese, quello che stava veramente facendo pero’, era’ rimarcare la particolarita’, la rarita’, perche’ utilizzando quelle parole stava dando per scontato che ci doveva essere una espressione per definire “un ingegnere donna” (ho utilizzato questa espressione volutamente), semplicemente lui non ne era a conoscenza, nella sua lunga esperienza, ne aveva incontrate talmente poche da non ricordare il termine.

    L’ha fatto di proposito per mettere in chiaro da subito il gioco dei ruoli e la sua posizione di superiorita’?
    L’ha fatto in buona fede, veramente per lui ero una rarita’ linguistica e professionale?
    Chi puo’ dirlo? Non io, ne voi, cio’ che posso dire pero’ e’ che le lingue, tutte, possono essere utilizzate in molti modi, sta a ognuno di noi scegliere il modo piu’ rispettoso.

  9. raffa says

    leggo di corsa. da giovane mi ero letta i libri di luise pusch (http://www.amazon.de/s/ref=nb_sb_noss?__mk_de_DE=%C5M%C5Z%D5%D1&url=search-alias%3Daps&field-keywords=luise+pusch&x=0&y=0) così come le “Raccomandazioni per un uso non sessita della lingua” della presidenza del consiglio di quanti decenni fa?

    Per tagliarla con l’accetta, la lingua è fatta di abitudini, e non tutte le abitudini sono buone ;-), si possono cambiare :-)

    In Germania, paese portatore di una lingua molto marcata come genere, ci stanno ad es. mooolto più attenti che in Italia,e provano a cambiare le loro abitudini. Un approdo ancora non c’é, ma hanno provato e stanno provando strade diverse.

    Se si parla di titoli professionali, per me non c’è motivo di vergognarsi e usare la forma femminile del titolo.

    Per concludere, la mia bimbina quando andava alla scuola materna era molto perplessa quando le dicevo “voi bambini” o cose simili, e mi chiedeva “e le bimbe?”. Questo è successo diverse volte, poi si è abituata (rassegnata?) al fatto che c’è un uso – ambiguo – della lingua che prevede il maschile intendendo anche il femminile (sempre, spesso, mai: come faccio a saperlo prima?)

    io nel mio piccolo, invecchiata, faccio scelte di pancia, in italiano l’asterisco non mi piace, però alterno ad es. in un testo forme maschili e femminili, cose così. basta poco. e così la mia Elisa è contenta perché cito anche le bimbe :-)

  10. says

    @Camomilla
    La faccenda mi ricorda un po‘ la storia del dito e la luna…
    >‘‘Qui stiamo parlando di forma, perche’ anche la forma e’ importante; e’ importante quando si educa, e’ importante quando ci si relaziona,,
    Decidere di non trasmettere ai propri figli dei cambiamenti linguistici improvvisi , forzati ma soprattutto fini a sé stessi in quanto non frutto di un cambiamento sociale reale, non significa per forza educare al:
    >“e’ cosi’, e’ sempre stato cosi’, sara’ sempre cosi, e’ la cosa piu’ naturale del mondo, non mi pongo neppure il problema”
    Semmai significa educarli a non illudersi che il cambiare o negare una semplice forma si rifletta automaticamente sul contenuto; significa educarli a non dimenticare, a non scegliere le scorciatoie facili che ‘‘suonano bene,, e sistemano la coscienza ma a SFORZARSI e lavorare PRIMA sul contenuto la cui forma verrà del tutto naturale come conseguenza (vedasi il pronome a-genere ‘‘hen ,, proposto in Svezia decine di anni fa ed entrato in uso ufficiale soltanto ora, a cambiamento socio-mentale più o meno avvenuto).

  11. Francesca says

    … Ingegnera? Mi sembra davvero una forzatura. La cosa importante è quello che si è. Se poi, in passato, trovare una donna ingegnere era davvero una rarità e oggi il numero di uomini e donne nel nostro settore comincia ad essere confrontabile, non possiamo che esserne felici. E se mio figlio mi chiederà come mai nella mia professione non esiste un termine specifico per indicare il fatto che io sia donna, sarò felice di spiegargli il perché.
    Il punto è: cominciare a distinguere, anche nei titoli, l’uomo dalla donna, significa automaticamente eliminare le <>? (Al ristorante sotto casa che ci rifornisce periodicamente di ottima pizza mi chiedono una sera: come sta l’ingegnere? io lì per lì stavo rispondendo pensando che la domanda era rivolta a me … poi ho sentito che c’era un articolo di troppo e ho capito che “l’ingegnere” era il mio compagno….)

  12. Camomilla says

    @Eleonora
    A me piu’ che il dito e la luna sembra la questione dell’uovo e della gallina.
    E’ piu’ giusto forzare le parole (che poi un forzare non e’ come giustamente viene spiegato negli articoli citati) per incentivare un cambiamento culturale oppure e’ piu’ giusto riuscire nel cambiamento per poi cambiare le parole?
    Da dove si inizia? Chi inizia?
    Cosi’ ad occhio e croce non faccio fatica a credere che qualcuno abbia pensato che iniziare a cambiare le parole e forzare il cambiamento sia piu’ semplice del contrario. E ci abbia provato.
    Gli anglosassoni, ad esmpio, ci stanno provando, seguendo anche questa strada. Perche’ come ho gia detto in precedenza anche una lingua di natura neutra come l’inglese se utilizzata da qualcuno non responsabilizzato puo’ essere gender offensive.
    Il tuo esempio svedese e’ perfetto.
    Hanno introdotto il neutro hen, hanno cercato di sensibilizzare, la loro cultura nel frattempo e’ cambiata, il neutro hen ora e’ perfettamente integrato nella lingua.
    Hen ha contribuito al cambiamento? Perche’ non dargli il beneficio del dubbio? Un minimo, nel suo piccolo perche’ no?
    Credo proprio che nessuno possa pensare che per cambiare una discriminazione di genere sia sufficiente cambiare le parole. Pero’ forse e’ necessario.
    Tutti i cambiamenti hanno bisogno di impegno e sforzo per essere realizzati, cambiare le parole non e’ uno scorciatoia, ma soltanto, a mio avviso, l’inizio della strada.

    @Francesca
    Il problema e’ proprio questo, ingegnera mette i brividi, sembra davvero una forzatura, come hai giustamente scritto, ma non e’ assolutamente errato, anzi, e’ rigorosamente corretto.
    Non e’ semplicemente mai usato.
    Mai.
    Lo so che correggere la parola non mettera’ mai il CV di una neolaureata in cima alla pila della societa’ o automaticamente una donna con la dovuta esperienza a capo della stessa.
    Che io, tu e tantissime altre siamo quello che siamo e nessuna parola ce lo togliera’ mai.
    Che una parola non cancella millenni di storia.

    Ma, al contrario di molte altre occasioni, in questa, la lingua italiana e’ molto chiara.
    Perche’ non impegnarsi a correggere l’ errore?

    • says

      Mi sembra più logico che la lingua nasca e si adatti alla cultura piuttosto che il contrario, ma posso sbagliare.

      Credo di aver trovato la soluzione ideale (che a guardar bene pratico già da un po‘)
      adattare la lingua agli individui e alle individue che si hanno di fronte: seguire i consigli del bigino anti sessista linkato da Jessica con gli individui e le individue ultra-sensibili al genere e usare il registro tradizionale con chi ‘‘guarda la luna,,. 😉

      • Elena says

        Eleonora, Sono d’accordo con te e lo prova l’esempio della parola ingegnere. Laddove c’è ancora discriminazione rimane il termine maschile. Io non ho mai messo il titolo sul biglietto da visita, perchè non credo che ci sia necessitá di esplicitare una preparazione, la si dovrebbe percepire naturalmente. Il risultato è che quando mi presento in ambito lavorativo ancora noto la reazione di sorpresa a volte diffidente a volte compiaciuta (magari con una vena un po’ marpiona) di chi si aspettava un uomo con i baffi bianchi. Quando si chiede di un medico invece è naturale chiedere del dottor o dottoressa x. Ci vuole tempo e la lingua si adatta.

  13. Camomilla says

    Si, mi sembra un buon approccio, rispettare la sensibilità di tutti lo è sempre!

  14. octavia says

    quando ho imparato l’italiano, questa divisione maschile-femminile è stato difficillisimo x me da capire.
    La mia lingua è indonesiana e non è x niente una lingua sessista. tutto neutro, ancora molto più neutro del’inglese. Perche in inglese anche se gli oggetti sono neutri (non esiste tipo IL sole o LA luna) ma ci sono termine maschile-femminile x gli animali e gli umani (he-she, brother-sister, girlfriend-boyfriend, rooster-hen, lion-lioness, etc) ma in mia lingua usiamo le stesse parole anche per gli animali e gli umani (proffessione incluso). si dice “dia” sia per lui (he) che lei (she), la parola “pacar” sia per boyfriend che girlfriend, ogni tipo di animali hanno un solo nome, anche se sono maschi o femmine, sia singoli che plurali (in indonesiano anche se c’è 1 gallo o 100 galline, il nome è lo stesso: “ayam”).

    quindi, forse potete imaginare la mia confusione quando ho imparato l’italiano… mi chiedevo, ma come avete deciso che il sole è maschile, la luna è femminile, la stanza è femminile, il bagno è maschile, etc? è troppo complicato secondo me 😀

    • says

      ti capisco: io sto studiando tedesco con femminile, maschile e neutro. I mei bambini confondono i generi tra italiano e spagnolo (per esempio in italiano è IL fiore, in spagnolo La flor: sostantivo simile e genere diverso :-S). Gli svedesi hanno -per cosí dire- semplificato riunendo maschile e femminile sotto un genere unificato mantenendo però il genere neutro. I migliori sono i francesi che cambiano il genere nel possessivo per puri scopi estetici 😀
      un caos assoluto ma in fondo è la parte più divertente dello studio di una lingua… forse

  15. says

    Davvero ricchissimo il quadro che emerge, tra diverse percezioni e diversi usi. Di sicuro non c’è un’unica risposta. Personalmente, come madre e docente, penso sia importante capire se e quando eventuali usi possono far nascere percezioni ‘errate’ o pregiudizi. Ad esempio, in uno studio citato anche qui (http://www.ibs.it/code/9788843055333/che-genere-lingua?.html) si è visto che dicendo ‘i medici o i chirurghi’ le persone tendono ad associarli a uomini, anche se si mostrano fotografie di dottoresse. La cosa fa pensare, anche perchè in controtendenza con le statitische che ci dicono che sono di più queste dei colleghi uomini.

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