Noi che amiamo “cognitivamente”

Sabato ho assistito ad una lezione  che mi ha portata a mettere in discussione molti dei miei assiomi sulla relazione genitore bambino e sullo sviluppo del bambino stesso. E’ difficile sintetizzare in alcune righe la portata della ricerca della Prof.ssa Heidi Keller, ma proverò a riportare gli elementi che più mi hanno colpita.

Partiamo dai fondamentali.

La relazione mamma neonato è una relazione istintiva, giusto?

Il primo anno di vita del bambino è un anno fondamentale, nel quale la mamma (ok il genitore, ma la mamma in particolare) provvede amore e cure incondizionati all’interno dei quali il bambino compie la sua maturazione e sviluppo fisiologico, giusto?

Lo sviluppo motorio del bambino nel primo anno di vita segue una traiettoria più o meno standard, che procede per sviluppi successivi (impara a rotolare, a stare seduto, a gattonare, a camminare), giusto?

Comunque il ritmo e la velocità di questo sviluppo motorio sono largamente individuali, c’è chi cammina prima e chi dopo, e questo ritmo va rispettato, non si possono forzare i tempi di maturazione del bambino, giusto?

Siamo tutti d’accordo?

Credo di sì, ma solo noi genitori, pediatri e professionisti della prima infanzia cresciuti e formati in una società occidentale.

Tutti i punti di cui sopra costituiscono le nostre verità, testate e dimostrate solo nei nostri contesti sociali e familiari. Non costituiscono verità assolute, anzi sono radicalmente false in altre società.

Cambia?

Cambia molto…

Partiamo dal primo punto. La relazione mamma neonato è istintiva fino ad un certo punto, l’istinto è in realtà condizionato dalla nostra cultura, da ipotesi potenti e radicate che fanno ormai parte integrale del nostro modo di essere, di vivere, di comunicare e anche di relazionarci.

Noi siamo la società cartesiana. Siamo quelli della logica, della dialettica, del dialogo, dello sguardo analitico e della supremazia cognitiva.

Siamo quelli che guardano un bambino negli occhi, gli parlano, ci parlano, gli mettono in mano degli oggetti, fanno sentire suoni e provare esperienze. Gli spieghiamo le cose, comunichiamo emozioni, insegnamo a riconoscere le emozioni. Per non parlare di quando, e parlo di me e di tutti noi, gli insegnamo le lingue e gli leggiamo un libro. Quelli che vivono davvero la relazione col bambino quando il bambino comincia a sorriderti, e ad ogni sorriso ci sciogliamo, ci perdiamo, e ne vogliamo di più e ancora.

Siamo quelli della sdraietta, del tappetone, la palestrina, i giocattoli di legno colorati. Quelli che tutto ciò che costituisce pericolo deve essere allontanato. Quelli che si comincia a parlare di vasino verso i due anni.

Quelli che considerano essenziale che il bambino raggiunga autonomia psicologica (deve dormire da solo) e instauri con gli altri una relazione di emozioni (ah quei sorrisi….). Quelli per usare un termine tecnico della socializzazione distale (guardami ti sto parlando, ma ti tocco poco).

Siamo anche il 5% della popolazione mondiale (stima della professoressa Keller). Solo il 5%.

Tutto ciò che noi consideriamo verità assoluta nel tema della puericultura, le certezze dei nostri pediatri, sono vere solo per il 5% della popolazione mondiale (e a dirla tutta sono anche verità molto recenti, perchè questo 5% della popolazione mondiale tende a cambiare idea molto spesso).

E gli altri?

Beh, gli altri sono tanti, e diversi. Ma la Prof.a Keller stima che almeno un 40% della popolazione mondiale si collochi all’altro capo dello spettro.

Gli altri vivono la relazione con il proprio bambino attraverso il corpo, ce l’hanno sempre addosso, lo guardano poco in faccia (e infatti i bambini sorridono più tardi) ma riescono a sentire quando il bambino sta per… e prima dell’anno il bambino ha già il controllo degli sfinteri.

Gli altri credono che se non insegni ad un bambino a stare seduto eretto e a camminare ne stai limitando lo sviluppo, e infatti i loro bambini a 3-4 mesi stanno seduti da soli e verso i 9 mesi camminano, e se non camminano ci si industria perchè lo facciano.

Gli altri hanno ben chiaro quale sia il loro compito educativo di genitore, mettere il bambino in grado di far da sè, di collaborare, di agire. E quindi stimolano moltissimo il corpo del bambino: lo prendono, lo sbatacchiano, lo lanciano, lo danzano, lo sollevano. E i loro bambini hanno un controllo del proprio corpo che i nostri se lo sognano.

Gli altri hanno una socializzazione prossimale (il contatto fisico, il corpo, è la relazione)

Hanno ragione loro? No

Abbiamo ragione noi? No

E’ indifferente prendere un approccio o l’altro? No

Sono culture diverse e strategie adattive e di cura diverse. Ma una cosa è certa, il nostro modo è solo uno dei tanti, non è nè giusto nè sbagliato, lo si può mettere in discussione come possiamo mettere in discussione le tabelle di sviluppo dei pediatri. E comunque, che ci piaccia o meno, da questa parte del mondo, nel nostro 5%, il cervello e la razionalità la fanno sempre da padroni, anche quando crediamo di no.

Beh, a me questa sembra una scoperta sconcertante…

Immagine: Cultures of Infancy, Heidi Keller, su amazon UK, amazon IT e amazon DE

 

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