Il rischio “bilinguismo di facciata”

Students must learn not only to “read the word,” but also to “read the world”

J. Cummins.

Esistono molti bilinguismi diversi, probabilmente quanti sono i bilingui stessi. Ogni scelta educativa, in questo senso, trova una sua legittimità. La situazione, tuttavia, cambia nel caso in cui la seconda lingua sia quella della scolarizzazione, in particolare per i bambini che vanno a vivere in un altro Paese.

Ci sono due considerazioni importanti da fare in questi casi, considerazioni che spesso vanno contro l’opinione comune e che hanno conseguenze anche per altri tipi di bilinguismo.

La prima considerazione riguarda la lingua madre: troppo spesso, ancora oggi, si commette l’errore di pensare alle competenze in modo ‘sottrattivo’: come se per acquisire la nuova lingua fosse di aiuto eliminare la prima. E’ vero piuttosto il contrario: le competenze acquisite e sviluppate nella prima lingua, quella più conosciuta e più ‘matura’ nel bambino, passano da una lingua all’altra. Un diverso corollario di questo principio ‘sottrattivo’ è quello di dover da subito scolarizzare i bambini in tutte le loro lingue. In realtà, molte competenze non sono specifiche di ogni lingua, ma sono conoscenze generali, che permettono di fare una specie di ‘allenamento’ che poi può essere applicato in seguito ad altre lingue.

La seconda considerazione può sembrare in parte contraddire la prima, perchè richiama invece all’approfondimento di tutte le conosciute e riguarda la competenza: non si può dire di conoscere una lingua solo perchè la si sa parlare. I bambini che appaiono fluenti nella nuova lingua possono in realtà non aver acquisito le competenze più astratte necessarie per poter arrivare ai livelli di scolarizzazione più avanzati. Questo spiega in gran parte l’insuccesso scolastico che si registra, non solo in Italia, tra i bambini immigrati. Lo studioso J. Cummins, in uno studio con più di 1000 bambini immigrati in Canada, ha mostrato che servono dai 5 ai 7 anni perchè vengano interiorizzate le conoscenze più astratte, quelle necessarie per lo studio più avanzato, ma basta molto meno tempo perchè i bambini mostrino una ‘facciata’ bilingue, sembrino cioè molto competenti nell’interazione orale faccia-a-faccia. Questa riflessione ha due conseguenze immediate e importanti: la necessità di una valutazione delle competenze che non si limiti all’oralità e la necessità di una scolarizzazione più profonda e avanzata nella lingua seconda, che vada ben oltre il saper parlare (bene) una lingua.

La sintesi, quindi, di questo quadro complesso: se parliamo di un bilinguismo che richieda anche l’acquisizione di una seconda cultura linguistica e scolastica è necessario coltivare con attenzione i livelli di conoscenza che non si limitano alla prima alfabetizzazione o all’oralità. In questo processo, la prima lingua e la prima cultura di cui è portatore il bambino non devono essere visti come un ostacolo, ma come un bacino cui attingere. Per i bambini sarà più facile sviluppare prima certe competenze nella lingua in cui sono più competenti e i risultati potranno passare all’altra lingua. Al contrario, interrompere l’acquisizione della lingua madre significa anche abbandonare un percorso di sviluppo (senza entrare nel merito di considerazioni affettive e identitarie) e iniziarne un altro senza averne tutti gli strumenti. Allo stesso modo, appropriarsi di una seconda lingua deve mettere in grado i nuovi cittadini di far parte attiva di una cultura, in tutti i suoi aspetti più complessi, perchè gli studenti e i nuovi cittadini, come dice J. Cummins, possano imparare non solo a ‘leggere le parole’, ma a leggere il mondo.’

Per approfondimenti
Cummins, J. (1980b), The entry and exit fallacy in bilingual education, NABE Journal. 4(3), 25-29.

Biliteracy, Empowerment, and Transformative Pedagogy Jim Cummins (online, giugno 2012)
James Cummins (1979) Linguistic Interdependence and the Educational Development of Bilingual Children
From Biliteracy to Pluriliteracies by Lesley Bartlett

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Comments

  1. Bilingue Per Gioco says

    Il tema è spinosissimo, perchè la teoria si scontra con la pratica.

    Anche accettando il presupposto che la lingua madre andrebbe coltivata per promuovere l’apprendimento nella lingua che è secondaria per il bambino ma dominante per la società, ipotesi che ovviamente non tutti accolgono, ma facciamo finta che… anche accettando questo presupposto poi ci si scontra con i problemi del vivere pratico. L’insegnante non conosce la lingua del bambino, l’insegnante non riesce a comunicare con i genitori se questi non parlano la lingua dominante.

    E’ chiaro che alcune cose sono facilmente correttibili, tipo smettere di dire ai genitori stranieri di non parlare la propria lingua ai figli, ma alfabetizzare nella lingua minoritaria è un miraggio logisticamente arduo.

    Purtroppo il multilinguismo è un’enorme ricchezza, ma anche una sfida non da poco…
    L.

  2. says

    E’ proprio come dici, una sfida non da poco! Però, se si sa come funzionano le cose, ci si può organizzare: ad esempio, dicendo alle famiglie di sostenere la lingua madre e non di eliminarla. Il costo emotivo, cognitivo e sociale di togliere la lingua madre da una casa è altissimo e… controproducente! Sostenere la lingua madre in famiglia può essere fatto leggendo, coltivando le relazioni familiari e le amicizie con i pari, possibilmente andando oltre il ‘parlare bene’. E’ poi importante, per la lingua di arrivo, riflettere sul fatto che non ci si può illudere che solo con corsi di prima alfabetizzazione si riesca a creare una vera integrazione linguistica e culturale.

  3. says

    Posso sbagliare, ma non credo che vi sia ancora qualcuno che sconsigli di parlare la lingua madre ad un bambino a favore della lingua ‘‘ambientale,, era più una cosa degli anni ‘60/‘70.

  4. says

    Questo post mi rassicura nella scelta di scolarizzazione optata per le mie bambine bilingui ‘di nascita’ e da qualche anno anche ‘per gioco’.
    Scegliendo di continuare a far sviluppare loro la lingua dominante (italiano) in ambito scolastico e lasciare la lingua minoritaria (francese) evolvere in maniera extra-scolastica (a casa e con Flam – http://www.flamitalie.org) piuttosto che di inserirle a 6 anni in un cursus scolastico in francese, ho riflettutto proprio su questo punto fondamentale. Ossia sull’importanza di dare ad un bambino di quest’età soprattutto degli strumenti di apprendimento e non solo la possibilità di imparare delle lingue.
    Penso che solo con una base solida nella lingua dominante, si potrà affrontare il passaggio dall’orale allo scritto nella lingua minoritaria.

  5. raffa says

    @Eleonora: mi associo al “magari!” di Letizia!

    i paesi del nord europa da mò, quelli del centro da meno investono scolasticamete sulle lingue dei bimbi plurilingui. l’italia taglia corsi/laboratori di italiano L2, e trova “eccentrico” che i rispettivi consolati offrano corsi di lingua materna. in compenso si “permette” i costi legati alle bocciature dei bimbi/ragazzini stranieri, sempre maggiori, o gli fa ripetere un anno appena arrivati “tanto per gradire”, di fatto parcheggiandoli in classi in cui imparano sì a chiacchierare, ma non fanno passi avanti nella lingua di scolarizzazione. in canada in cui nella scuola pubblica (e sul bilinguismo) si investe molto, se in una scuola ci sono 25 studenti di un certo gruppo lingustico, hanno diritto a 5 h curricolari della loro lingua madre. da noi arrivano ragazzini alle medie che non parlano italiano, magati ottimi studenti nei loro paesi, a cui si fanno studiare oltre all’italiano una terza lingua straniera. di lingue e scuola si deve ragionare, e il miur attualmente non lo fa in modo sistematico

  6. says

    Purtroppo la situazione è quella che descrive Raffa! E non si tratta di aiutare gli immigrati, ma di investire in un patrimonio che torna a vantaggio di tutti.
    Mi preme anche sottolineare l’altro punto del post, quello sulla necessità di sostenere la lingue, in questo caso potremmo dire tutte, ‘oltre il parlare bene’, come mi sembra di capire faccia anche Maria.
    Mi sento sempre un po’ a disagio, invece, quando sento dire che ‘tanto la lingua x la parla già’ o ‘la parla a casa’ quindi non importa ‘andare oltre’: se a casa si legge, si frequentano pari, si viaggia nel paese, è giusto, altrimenti si rischia una competenza appunto ‘di facciata’. Ogni scelta è legittima, come si diceva, basta conoscerla bene.

  7. Barbara says

    Salve,
    sono d´accordo con quanto detto, dovrebbero essere mantenute tutte le lingue che il bambino conosce. Detto questo non capisco perché in Italia, non só come sia altrove.., prima di inserire bambini stranieri nelle classi italiane non si facciano dei corsi d´italiano, in modo da agevolare questi bambini e che il loro inizio non sia un trauma. Mi viene in mente il primo giorno d´asilo di mia figlia,: c´era un bimbo straniero, i cui genitori parlavano benissimo l´italiano, che piangeva come un disperato e le maestre non riuscivano a consolarlo perché non parlavano la stessa lingua..mi ha fatto una pena! Saluti, B

    • says

      Ciao Barbara, in letteratura questo tipo di situazione viene ascritta al ‘falso mito’ che per i bambini sia facile imparare le lingue, e che di conseguenza non vivano le difficoltà anche psicologiche che possiamo immaginare esserci in una situazione di ‘estraneità’ come quella che descrivi. Non è certamente facile nemmeno per le scuole e gli insegnanti lavorare in situazioni così complesse, per lo più senza sostegni, e spesso è anzi la loro sensibilità e iniziativa l’unica risorsa su cui possiamo contare.

  8. Barbara says

    Ciao jessica,
    non pensavo che questa situzione, fosse stata studiata e pure “definita”, ma allora mi domando perché non si sia provveduto a creare dei corsi d´italiano per bambini stranieri, prima che entrino nel sistema scolastico?..senti tante di queste storie in giro, é incredibile.. l´altro giorno parlavo con un insegnante di recupero e mi raccontava di molti casi di bambini che non erano mai stati scolarizzati e che venivano inseriti nelle classi in base all´etá e non alla conoscenza che possedevano. Mi sembra un paradosso ed oltrettutto nessuno ci guadagna in questo modo, visto che questi bambini fanno fatica ad inserirsi, le insegnanti dato il numero elevato di alunni x classe, non riescono ad aiutarli come dovrebbero, i bambini italiani sono pure penalizzati. È una situazione loose-loose… ed é un problema europeo, non solo italiano..Chissá come finirá, spero non come in altri paesi europei, dove la maggior parte delle famiglie che possono mettono i figli in scuole private. Ciao B

  9. says

    Ciao Barbara, come dici la situazione delle lingue e dei bambini che emigrano è nota alla ‘scienza’ e agli Stati, ma è difficile rispondere alle tante esigenze in modo diversificato e adeguato, soprattutto se non ci si prende carico dell’educazione in primis… e qui mi fermo… So che in Nord Europa si investe molto in accoglienza e tutela della scuola, delle lingue e delle diversità, speriamo di apprendere dai buoni esempi e non di non scegliere la via più breve, che poi a lungo termine sarebbe una scommessa persa per tutti!

  10. raffa says

    @barbara dico la mia, anche se indirizzato a jessica. fino a pre-gelmini le scuole avevano dotazioni di orario e di insegnanti che tenevano i laboratori di italiano L2, non ancora secondo il mio gusto, ma c’era l’idea che la lingua per la scuola non te la trasmette un’entità suprema ma che va imparata (cosa che i bimbi indigeni infatti comunque fanno, non basta respirare l’aria del posto in cui si vive e guardare i cartoni …). a partire da gelmini è stata smontata la scuola pubblica in generale, e i pochi sostegni linguistici del MIUR che c’erano sono stati azzerati. se a questo si aggiunge che i comuni non hanno + soldi per nulla, e che quindi anche quelli + sensibili tagliano tutto si arriva a rapporti MIUR con tantissimi studenti stranieri bocciati, ritardatari o anche semplicemente parcheggiati senza che nessuno si possa occupare nel modo giusto di loro. riporto una domanda: quanto costa al MIUR una bocciatura (parecchie migliaia di euro) e quando costerebbe invece un corso almeno simbolico (qualche centinaia). perché il miur non ha una politica linguistica? fuori italia molti ministeri dell’istruzione ce l’hanno, perché come scrivevi tu ci si perde solo a non averla, e in paesi ignavi per decenni (ad esempio la germania in cui gli studenti italiani finivano a mucchi nelle scuole differenziali, non per problemi cognitivi, ma per problemi linguistici) ora si stanno finalmente muovendo. io penso che l’unica per noi sia di nuovo un investimento forte sulla scuola pubblica, non solo di soldi (che ci vanno) ma di ruolo, anche culturale e sociale. mi ricordo di un recente ministro della repubblica che diceva che lui ad un libro preferiva gli agnolotti.

    questo governo per ora nell’ambito scolastico ha continuato sul solco gelmini, io spero nel prossimo

    e spero nella riforma della cittadinanza per i bimbi che crescono qui, perché come cittadini smetterebbero di essere trasparenti …

    scusate il tono volutamente politico, ma qui di assenza di politica scolastica stiamo scrivendo, che è anch’essa una scelta

  11. Barbara says

    @ Jessica, nel nord europa, da mia esperienza hanno molte difficoltá a integrare e ad ad insegnare la lingua indigena ai bambini stranieri, molti dei quali non sono nemmeno ” stranieri”, nel senso che sono immigranti di 2´o di 3´generazione. Anche nel Nord Europa hanno tagliato i fondi alle scuole causa crisi, in Danimarca per esempio per classe ci sono un massimo di 3o alunni mentre da noi il massimo é 27/8.. Non darei peró la causa tutta al sistema scolastico, in molti casi per esempio é la stessa famiglia da bisimare, nel senso che invece di esporre il bambino sia che alla lingua madre che a quella “indigena”, prima che il bambino inizi la scuola, lo espongono solo alla lingua materna e i bimbo subisce uno schock quando nizia la scuola ( come l´esempio che avevo fatto di partenza, il bambino in quesione non parlava una parola d´italiano, mentre i genitori lo parlavano molto bene.).. In Olanda só per esempio che l´asilo é obbligatorio, appunto per evitare che i figli di famiglie d´immigranti di 2´o 3 ´generazione arrivino alla 1´elementare senza conoscere la lingua del luogo. Non penso peró che la cittadinanza Italiana o meno faccia alcuna differenza..o che il prossimo governo dia piú fondi alla scuola..mi dispiace sono molto disillusa nella politica in generis.
    Voglio aggiungere che la scuola pubblica, per mia esperienza, non é affatto da buttare via, per esempio confontando quello che imparano e fanno i miei figli con coetanei in Danimarca, devo dire che sono molto piú avanti, l´unica pecca é che non fanno molte attivitá creative ..Saluti, B

  12. says

    Ciao Barbara, ciao Raffaella, mi sembra che siamo d’accordo su alcuni punti: che ci sono esempi da cui imparare, ma che anche questi potrebbero migliorare; che la nostra scuola andrebbe valorizzata e difesa e poi anche migliorata. Per le lingue, è importante sottolineare che un rinnovamento dovrebbe prevedere una tutela del plurilinguismo per tutti, anche per i nativi, ed è in questa prospettiva ampia si inserisce anche il discorso delle lingue materne per i bambini immigrati, oltre che ovviamente la lingua del posto. Dato che tutto questo, diciamo, è ancora ‘in costruzione’, penso che la consapevolezza e un po’ di homeschooling parentale possano essere strumenti efficaci, che anche le scuole possono suggerire ai genitori, perchè accadano sempre meno spesso le situazioni di isolamento descritte.

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