L’Erasmus a tre anni

Chi ha detto che un’esperienza come l’Erasmus non si possa fare anche a tre anni? Nel post di oggi voglio parlarvi di un’avventura che abbiamo fatto lo scorso autunno, quando siamo stati “ospiti” per un mese in una scuola materna in Danimarca.

L’idea mi è venuta un po’ per caso, un po’ per rispondere ad una serie di congiunture e molto grazie alla motivazione e all’ispirazione che mi dona ogni giorno Bilingue per Gioco. Alla fine di settembre mio marito doveva partire per una lunga trasferta di lavoro e io sarei rimasta da sola con i piccoli, D. e M., che allora avevano rispettivamente tre anni e mezzo e cinque mesi. E mi sono detta: che ci sto a fare sola a casa con i bimbi per quasi un mese? La risposta “creativa” al problema della gestione dell’agenda familiare è stata: me ne vado in Danimarca a trovare mia nonna e, già che ci sono, provo a ricavarne un’esperienza significativa per i miei figli (soprattutto il grande). Significativa dal punto di vista linguistico, ma anche culturale e umano.

Ciò che ho fatto concretamente è stato, in fondo, molto semplice. Una piccola ricerca in rete per trovare una scuola materna che facesse al caso nostro (tre minuti a piedi da casa della bisnonna, non male!). Ho scritto un’email al direttore e ho avuto un rapido scambio con lui. Gli ho chiesto se potessero accogliere D. come “ospite” e lui si è detto subito favorevole. Dopo averne parlato con il personale, la loro proposta concreta è stata di avere D. 2-3 mattine a settimana, inizialmente con la mia presenza, e poi verificare insieme al personale la possibilità di lasciarlo lì da solo. L’accoglienza è stata tanto affettuosa quanto informale (a dispetto delle previsioni di quasi tutte le mie conoscenze danesi, che vedevano un ostacolo insormontabile nelle liste d’attesa per le iscrizioni a scuola!).

Ed è così che siamo partiti, i piccoli ed io, verso un piovoso e freddo autunno, circa 15 gradi in meno rispetto a casa… La prima cosa è stata comprare l’“equipaggiamento” giusto: stivali di gomma, pantaloni e giacca impermeabili, per giocare all’aperto anche quando il tempo è brutto, come tutti gli altri bambini danesi (muddy puddles, anyone?). D. è entrato nella “scuola danese” con un pizzico di timidezza, ma già il primo giorno non voleva andarsene via: si è subito innamorato della “stanza dei cuscini”, un’enorme soffitta adibita a sala di psicomotricità, dove i bambini zompettavano liberamente tra un sacco di cuscini giganti… come resistere?

La scuola ci chiedeva, in cambio, di portare un po’ di “cultura italiana”, in modo che l’esperienza fosse arricchente per entrambe le parti, non solo per noi ospiti, ma anche per i bambini e lo staff che ci ospitava. Oltre ai biscotti al sesamo da Palermo, abbiamo portato alcuni libri illustrati della Pimpa (che in Danimarca non conoscono), con acclusa traduzione fatta in casa da me. I bambini hanno subito apprezzato la coloratissima fantasia di Altan… e anche i biscotti!

Io ho cercato di essere una presenza discreta (per quanto possa essere discreta una mamma che porta un bebè nella fascia: in realtà ero oggetto della curiosità di tutti i bambini della scuola!). Ciò che voglio dire è che ho lasciato che D. sperimentasse e si divertisse per conto suo, pur restando presente e disponibile in caso di necessità. Sicuramente io stessa ho imparato tanto da questa esperienza. Ho perfino preparato un pranzo italiano per 20 bambini e 10 adulti, cucinando insieme ai bambini e al tempo stesso rispondendo alle domande di un giornalista locale!

È stato bello dedicarmi pienamente ai miei figli per un periodo intenso e un po’ fuori dagli schemi. È stato simpatico fare nuove conoscenze in Danimarca, in “giri” diversi dal solito, tra mamme e maestre. È stato interessante fare esperienza di un modo diverso di fare la scuola. In generale le giornate alla scuola materna danese mi sono sembrate molto meno “strutturate” che in Italia. Per certi versi l’atmosfera era quasi “domestica”. C’erano sempre diversi insegnanti in compresenza e i bambini erano liberi di dedicarsi a ciò che preferivano: ad esempio, mentre un gruppetto dipingeva con il maestro, altri facevano gioco libero o saltellavano per conto proprio nella soffitta, altri ancora facevano collane di perle con la maestra e altri ancora giocavano con l’iPad (in gruppo, seguendo regole precise, perché anche l’educazione ad un corretto uso della tecnologia non deve mancare ai bambini)… Il momento del pasto vedeva tutti riuniti intorno al tavolo, grandi e piccini, e i bambini, a turno, aiutavano ad apparecchiare e sparecchiare.

Dopo 4-5 mattine trascorse alla scuola materna, l’insegnante di riferimento mi ha detto che potevo tranquillamente andare a casa: D. se la cavava benissimo senza di me e soprattutto era entusiasta! La sua competenza linguistica è cresciuta notevolmente. Lui continuava a parlare prevalentemente italiano, ma presto gli insegnanti si sono accorti che capiva praticamente tutto e comunque ha iniziato a parlare in danese sempre di più e a formulare frasi sempre più complesse.

Fare un’esperienza del genere è senza dubbio impegnativo e implica una grande motivazione, perché significa chiedere molto a noi stessi e ai nostri bambini. Quello che voglio dirvi, però, è che ne vale assolutamente la pena e soprattutto che si può fare! Si impara moltissimo, non solo dal punto vista linguistico, ma anche dal fare esperienza di una cultura diversa nella quotidianità. Anche i bambini ne sono a loro modo consapevoli e in fondo questo è il senso di crescere come famiglie bilingui per gioco, no?

L’ultimo giorno abbiamo organizzato un piccolo saluto e io sono tornata nella cucina della scuola e ho fatto bignè per tutti! La cosa che mi ha fatto più piacere è che tutti ci hanno salutato con un “arrivederci all’anno prossimo!”. Era così evidente che ci siamo trovati reciprocamente bene che nessuno ha messo in dubbio la possibilità di ripetere l’esperienza… e D. parla ancora della sua “scuola danese” e di tanto in tanto dice di volerci tornare!

 

Immagine: “Peppa Pig: The Biggest Muddy Puddle in the World” amazon IT e amazon UK

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Comments

  1. octavia says

    bellissimo!! Anch’io sto pensando la stessa cosa con un’asilo in Indonesia l’anno prossimo, per circa 2-3 mesi…non so se è possibile…ma l’idea mi piace molto…
    e lo scambio cultura è buona idea…non ci ho pensato prima…grazie per il post

  2. says

    E’ da tanto che aspettavo questo post, e non puoi immaginarti quanto mi sia utile leggerlo adesso che ci stiamo per trasferire in Polonia (paese paterno della Piccola). Un abbraccio – graziana

  3. fiorelena says

    Grazie Eva per aver condiviso la tua interessante esperienza.
    Il reale problema è trovare la scuola che ti permetta di farlo, no? Non credo proprio sia così semplice. Ci daresti qualche suggerimento concreto in proposito? Grazie

  4. Desdyols says

    Bene bene… stiamo programmando di fare esattamente la stessa esperienza in Giappone quando la nostra bimba sarà grande abbastanza. Intorno ai 3 anni.

  5. says

    ciao, anche noi abbiamo fatto esperienze simili, ma non avrei mai pensato di catalogarle così (NB: io ci ho fatto la tesi di laurea su questi temi), ma in effetti uno scambio culturale è.
    Mia figlia ha oggi 5 anni ma dal suo primo anno abbiamo seguito il papà nelle sue trasferte lunghe, mediamente una volta l’anno, e per volte si è trattato di 2 mesi in USA, una di un mese in Germania. Non ho mai pensata a iscriverla in una scuola perchè facciamo homeschooling, ma in USA abbiamo frequentato le attività gratuite della meravigliosa biblioteca vicina a casa, ed era a tutti gli effetti come seguire un corso, gli incontri bisettimanali, un gruppo dei pari consolidati, occasione per me per frequentare altre mamme, anche io ho sempre scelto l’esser una presenza discreta, salvo quando serviva una mediazione linguistica quando la piccola era a disagio perchè non capiva cosa le dicessero. Nell’insieme esperienze molto belle e sempre arricchenti, questo tipo di esperienza regala sempre molto (corredato da un po’ di fatica in alcuni casi, ma è un buon investimento).
    ciao!

  6. Eva says

    Grazie a tutte! Grazie a @Cì per il suo racconto e a tutti gli altri/le altre: mi raccomando, non dimenticate di raccontarci le vostre storie di esperienze simili!
    @fiorelena Riguardo alla scelta della scuola, ammetto di essere stata particolarmente fortunata. L’unico consiglio che mi sento di dare è di rivolgersi direttamente alla scuola, senza intermediari (p.es. enti locali o altro). Molte scuole hanno una certa autonomia e libertà di “movimento” e saranno in grado di formulare un accordo ad hoc, modellato sulla situazione specifica. Un contatto diretto con la scuola, inoltre, ti darà la possibilità di capire di che tipo di scuola si tratta, di valutare anche in base alla reazione che faranno alla tua richiesta (se entusiasta, tiepida o addirittura diffidente).

    • fiorelena says

      Ti ringrazio Eva di avermi risposto; intendi dire quindi che dovrei cercare su internet le scuole di una certa città e mandare una mail di richiesta?

  7. dani says

    Bello!!!
    mi piacerebbe tanto anche a me, ma purtroppo per motivi di lavoro non posso prendere ferie se non nei mesi estivi quando tutte le scuole sono ormai chiuse. Quest’anno sto però organizzando un viaggetto negli stati uniti e pensavo quindi di cercare un summer camp x la mia cinqueenne almeno per un paio di settimane. Anzi io sarei sola con mia figlia se qualcuno si vuole unire a noi!

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