Lingue diverse per figli diversi

Tre figli e due lingue: nulla di originale per chi da tempo naviga su Bilingue per Gioco. Ma c’è un elemento particolare: penso di essere una delle poche mamme che usa una lingua con un figlio e un’altra lingua con altre due… (anche se facciamo molto code switching…).

La cosa è buffa ma, nel tempo, è diventata normale.
Ma come ci sono arrivata a questa microscopica Babele famigliare?
Ho tre figli, due femmine nate, rispettivamente, nel 2001 e nel 2004 e un maschio, nato nel 2012 e sono bilingue a mia volta come ho spiegato qui.

Quando avevo la prima figlia, mi balenò in testa l’idea di parlarle solo in inglese. Ma Bilingue per Gioco non esisteva, non avevo letto nessun libro sul bilinguismo ed, in breve, nulla poteva supportare questa decisione.

Per la verità spontaneamente e senza particolare pianificazione cantavo alle mie figlie solo in inglese, dall’ABC song alle nursery rhymes più note, e insegnavo loro a contare in inglese. Inoltre, mentre le vestivo, fin da neonate e poi da bambine, usavo brevi frasi in inglese del tipo “stand up”, “lay down”, “arms up”, “let’s go” man mano che infilavo loro i vestiti. Almeno sotto il profilo fonetico, dunque, l’inglese era una lingua “amica”, presente nelle loro vite.

Al bilinguismo vero e proprio giungemmo, dunque, tramite altre vie: quando le prime due figlie avevano, rispettivamente, quasi 4 e quasi 2 anni trovai il compromesso che cercavo: una scuola bilingue italiano – inglese.

Questa ha dato loro un’ottima base, in termini di comprensione orale e scritta e di capacità di scrittura. Mancava l’esercizio del parlare, perché un conto è saper parlare quando c’è necessità e un altro è voler parlare, ossia usare la lingua tutti i giorni, in modo attivo e tutto sommato inconsapevole.

Alla fluency siamo arrivati integrando quanto ha dato loro la scuola, con summer camp all’estero, ragazze alla pari e via dicendo, tutti temi trattati in questo sito innumerevoli volte.
Ma questo era molto tempo fa, prima di leggere molti libri sul bilinguismo, frequentare questo sito, ospitare ragazze alla pari madrelingua…

Oggi le mie figlie (quasi 12 anni l’una, 9 e mezzo l’altra) possono dirsi bilingui.
La primogenita è certamente più fluent, per via del fatto che è già stata all’estero da sola un paio di volte. La seconda, che pure è stata esposta alla lingua più precocemente (dai 3 anni), è meno fluent e meno propensa a parlarla. Nella sua lingua inglese ci sono più italianismi, ma comunque legge libri comparabili ai suoi coetanei americani.

Quando è arrivato il terzo figlio, però, mi sono detta: ora so cosa fare; ho letto tanto sul bilinguismo, ho discusso e riflettuto.
Con lui oggi parlo solo inglese e il resto della famiglia si è adeguato senza forzature, ognuno a modo suo. La primogenita gli parla anche lei sempre in inglese, la seconda un po’ in italiano e un po’ in inglese e il papà sempre in italiano. Mi sono detta che, qualsiasi cosa uscirà fuori da questa Babele domestica andrà bene.

Ma come ho iniziato?
In realtà ho iniziato parlando a mio figlio entrambe le lingue: italiano ed inglese. Dal momento che sono bilingue mi veniva più naturale.
Così sono passati i primi quattro mesi di vita. Poi c’è stata una accelerata: sono andata a visitare una scuola inglese, per capire quante possibilità avrebbe avuto il bambino di entrare lì a tre anni.

Con l’atteggiamento pratico degli inglesi, il dirigente scolastico mi ha suggerito di parlare solo inglese al bambino. Molto matter of factly mi ha detto “conosco casi in cui dei near native speakers come te hanno cresciuto il proprio figlio nella (loro) seconda lingua e altri in cui non se la sono sentita. Your English is more than enough: it is up to you to decide what suits you best”. Sentirmelo dire così, senza averlo chiesto è stata l’ultima spinta di cui, evidentemente, sentivo il bisogno.

Ricordo quella mattina: con mio marito siamo tornati a casa e quello è stato il “day one” del nuovo corso. E qui vorrei ringraziare Letizia per avermi narrato la sua esperienza, perché la mia percezione è stata quasi identica alla sua. Infatti il senso di forzatura del parlare solo inglese anche in casa è durato due o tre ore.

Già nel pomeriggio mi sembrava di non aver mai parlato che inglese al piccolo (forza dell’abitudine!). Le coccole, il baby talk, sono diventati così normali in inglese che ora devo stare attenta con i figli degli altri e – farà ridere – persino con i cuccioli di animali domestici: perché davanti ad un “piccolo” il switch all’inglese è automatico. Insomma, ora è diventata la “nostra” lingua, in casa o fuori casa che sia.

Quali sono state le reazioni di mio figlio?
Bisogna tenere conto che mio figlio sta in un nido italiano fino alle 16 ogni giorno, da quando aveva sette mesi; di conseguenza l’esposizione alla lingua italiana è molto maggiore di quella in lingua inglese.

Il primo segnale è stato quando ha detto la prima parola “bye bye”, a nove mesi. Poi è seguito un silenzio durato mesi, in cui, ad un certo punto, ho capito che mi capiva. Se dicevo let’s go strolling guardava il passeggino.

Il suo passo successivo non è stato di parlare in inglese ma di tradurre in italiano!
Oggi ha 20 mesi e se io gli dico “do you want some water?” lui mi dice, sorridendo, “acqua!” (stranezze dei bambini!).

Discrimina tra le lingue perché, se sta con me e chiama il papà, lo chiama “daddy” invece che papà. Se passa un cane e sta con il papà dice “ba’ bau” ma se sta con me dice “wof wof”…
E poi le parole sono selezionate per l’uso che ne fa: la nonna è nonna (in italiano), grandma lo sente troppo poco, ma un aereo, che gli piace molto, è “apalle” (a plane).

Come si evolverà la situazione non lo so, proprio perché con le figlie più grandi, in particolare con la secondogenita, la lingua è l’italiano (anche qui forza dell’abitudine).
Un giorno lui mi dirà, forse, “mamma perché mi parli in inglese?”.
Forse gli dirò “perché è divertente!”.

Vedremo, vi saprò dire!

Elisabetta
www.educazioneglobale.com

Immagine: My naughty little sister, su amazon IT e amazon UK

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Comments

  1. says

    Risbuco nel mondo web dopo una gravidanza, giungo qui (questo posto sa sempre di casa!) e leggo questo post : wow!

    Mi piace molto ciò che raccontato da (te) Elisabetta,
    mi ritrovo molto!

    Io son partita (titubante) col francese 3/4 anni fa, col primo pargolo.
    La gravidanza mi ha un po’ frenata (per intenderci, con tutte le fisiologiche complicazioni, riuscivo solo a stare addivanata!),
    con la nascita del piccino (quasi un anno fa), mi è sorto naturale parlare esclusivamente o principalmente in francese con loro.
    Mi fa sorridere (nel senso di “comprendo”) il riferimento all’automatismo quando si parla con un “cucciolo”.

    Spero in qualche futuro aggiornamento!

    A presto

    Marika

  2. amy says

    Hai ragione cara Elisabetta, agli afferenti a questo sito (stupendo!) nemmeno la situazione linguistica più strana appare insolita! Anzi, più il quadro si fa complesso, più ci sguazziamo! 😉
    Leggo questo sito con grande regolarità da tanti mesi, ne traggo spunti interessantissimi e incoraggiamenti preziosi (grazie, grazie, grazie, grazie Letizia)! A casa mia la lingua ufficiale resta l’italiano, ma da quando è arrivata la piccola B (quasi duenne) io e lei parliamo solo spagnolo (insomma… ? io parlo e lei ascolta)! Uso l’OPOL solo con lei; con rammarico mi sono accorta che avrei potuto fare questa bella pensata anni prima, con i due figli maggiori, e insegnare una lingua in più in modo naturale anche a loro, ma insomma … non ci avevo pensato… è andata così. Pian piano mi sono accorta con stupore e con infinita gioia che B quando le parlo mi capisce, anche se le cosine che dice le dice in italiano. Fin qui tutto regolare, questa esperienza l’hanno avuta molte delle mamme i cui contributi leggo sul sito.
    Poi però è capitato un effetto collaterale meravigliosamente imprevisto e di cui sul sito non trovo reports (e che da donna di scienza mi sento in dovere di segnalare!!): a forza di sentire parlare tutto questo spagnolo a tutte le ore del giorno (un vero martellamento, libri, libretti, riviste, canzoni, una bambola waldorf che non sa l’italiano … perché io poi sono la prima che ci si diverte un sacco!) la mia bimba grande e il medio hanno cominciato a capire lo spagnolo e recentemente ……. anche a parlarlo!!! Ovvero: quel riflesso condizionato di cui parla Elisabetta, per cui a me sembra che la piccola B sia una piccola spagnola e che ci si debba rivolgere a lei per forza in spagnolo, è un riflesso anche loro! Incredibile! Anche loro due nel rivolgersi a lei usano lo spagnolo, e giorno dopo giorno la loro proprietà di linguaggio aumenta!!! –tranne per le frasi troppo complesse, per le quali optano per uno stupendo itagnolo romano DOC, con creazioni veramente degne di nota! Quindi succede anche che per parlare noi quattro insieme possiamo continuare ad usare lo spagnolo, e che quindi l’OPOL si estenda anche ai due grandi!
    A proposito di itagnolo poi, persino la signora canguro che abita con noi –from Ukraina- si lancia nella babele del caso e a volte sento: “B, ven!! è pronta la comida!” Oppure “B, donde estanno los zapatos?” Troppo divertente!!! (Naturalmente, a proposito di canguro, essendo una lettrice affezionatissima del sito, non ho potuto resistere e le ho chiesto di parlare in russo con B. Lei si è procurata dei libretti molto carini e quando giocano e quando c’è un po’ di calma parlottano!!! Che meraviglia!).
    Mentre B segue il suo percorso di ispanizzazione noi però non dimentichiamo che la lingua da imparare bene per il futuro è l’inglese, quindi cerchiamo ormai da un po’ con i due più grandi di parlare in inglese qualche volta, abbiamo fatto una bella vacanzona estiva lunga a londra, guardiamo film, Violetta, cartoni in inglese, e si cerca di leggere un po’, con risultati altalenanti. Intanto però la grande è entrata in prima media, e per lei abbiamo scelto una media pubblica stupenda, la cui chicca è l’insegnamento del tedesco! L’insegnante è travolgente, ripete dei mantra per cui Deutsch ist super und nicht schwer (funzionano! 😉 Anche io, contagiata dall’entusiasmo, mi sono trovata un’insegnante e ho preso lezioni di tedesco!!!), fa cantare e recitare filastrocche e poesie in tedesco ai bambini sin dal primo giorno, ha aperto loro un blog su cui scrivere in tedesco. Allora da settembre a casa mia si sente la bimba grande che canta a squarciagola “wunderbar wunderbaaaaar!!! Alles klar??” e che ripete fino allo sfinimento la canzone dell’alfabeto.
    Volevo scrivere due righe, ma mi sono lasciata trascinare dall’argomento, che mi appassiona!
    L’ultimissima riflessione, che ho fatto in questi mesi, pensando alle mamme che si dicono riluttanti a cominciare un percorso di bilinguismo per paura di non conoscere abbastanza la seconda lingua, è questa: a forza di parlare con il bambino, un’ora dopo l’altra, la competenza linguistica della mamma nella seconda lingua migliora enormemente! Una, due o tre ore di esercitazione linguistica al giorno, anche se l’interlocutore è benignamente acritico e inizialmente poco responsivo, sono una pratica pazzesca, da scuola di lingua a cinque stelle, che fa fare passi da gigante, soprattutto con il sostegno di buon materiale nella lingua d’interesse. Donc, courage!
    Passo e chiudo!

    • says

      Cara Amy,
      carinissima la tua esperienza. Su molti punti, come dire, “I can relate”.
      1. Anche il dialogo con il mio piccolo è – per molti versi – ancora più monologo che un dialogo, se guardiamo al mero aspetto verbale (ossia, tolta la comunicazione non verbale). Al di là dell’essere esposti ad una o due lingue lui è uno che se la prende comoda e la maggior parte delle frasi che dice sono, per ora, incomprensibili, salvo per una parola a frase (che magari una volta è “apple” o “key” e un’altra è “acqua” o “ta’ tao” – ciao ciao).
      2. Riprendo questo tuo passaggio: “quel riflesso condizionato di cui parla Elisabetta, per cui a me sembra che la piccola B sia una piccola spagnola e che ci si debba rivolgere a lei per forza in spagnolo, è un riflesso anche loro! Incredibile!” Nel post ho necessariamente sunteggiato mesi e mesi di esperienza: in realtà la primissima reazione della mia primogenita (ossia della sorella ora più “talebana” nel parlare al fratellino solo inglese) è stata “ ma guarda che se gli parli inglese lui mica capisce! Ha solo una settimana!”.
      C’è voluta un po’ di pazienza per spiegarle che, ai fini del piccolo, qualsiasi lingua era una lingua nuova.
      Anche se all’epoca aveva già dieci anni, per mia figlia sembrava incomprensibile che un neonato non nascesse già “programmato” in una lingua.
      Quando finalmente le è entrato in testa il concetto che il piccolo avrebbe potuto indifferentemente imparare l’urdu, lo slovacco o il tagalog, la sua decisione è stata immediata ed ho avuto una alleata più realista del re.
      “Non dobbiamo perdere tempo” ha cominciato a dire “dobbiamo tutti parlargli in inglese subito, tanto l’italiano lo impara di sicuro perché stiamo in Italia”. Buffo no?
      E’ talmente scatenata che certe volte dice di voler convincere anche il padre a parlare solo inglese, per cui ho dovuto più volte frenare il suo entusiasmo spiegandole che ognuno parla con la lingua che vuole, scegliendosi le sue parole da sé.
      La secondogenita, tutt’altro tipo, non ha fatto domande né si è posta problemi. Per imitazione gli parla anche lei in inglese, ma se si secca con il fratello o le gira male torna all’italiano o parla un po’ in italiano e un po’ in inglese, come le viene.
      3. Per curiosità mi interessa sapere quanti anni hanno i tuoi figli più grandi
      4. Una ulteriore cosa, che forse non ho detto nel post ma è importante. Per qualche motivo, mentre ero incinta mi era chiaro che, nel piano linguistico che andavo adottando, avrei dovuto spiegare a parenti ed amici che avrei parlato inglese con il piccolo ed illustrarne le ragioni.
      Per qualche ulteriore motivo che non saprei neanche chiarire, non l’ho mai fatto.
      Non ho mai spiegato ai nonni, agli amici, ai conoscenti ecc.. perché. Ho solo fatto. Mi è venuta così. Mi sembrava che ogni spiegazione non richiesta sarebbe stata una manifestazione di scuse: excusatio non petita accusatio manifesta (per una volta non trovo né in italiano né in inglese espressione altrettanto calzante).
      Effettivamente ha funzionato. Nessuno ha chiesto ‘perché’, forse perché tra l’epoca in cui viviamo e a mia storia personale di perché ce ne erano a iosa, una sola persona ha avanzato una critica. Gli unici che fanno domande, nella mia esperienza, sono i bambini tra età scolare e prescolare (tra i 4 e gli 8 anni).
      Quando capiscono che parlo anche italiano mi chiedono “perché a lui parli inglese?” gli rispondo “così lo impara subito”. Ogni volta l’idea sembra così semplice ma anche così giusta che vedo che si sperticano anche loro di farlo. La prova del nove qualche giorno fa in un parco. Le usuali domande su perché parla inglese e poi questo ragazzino di 5-6 anni su uno scivolo ha detto a mio figlio “hello!” poi ha corrucciato la fronte evidentemente alla ricerca di qualche parola. Ci ha messo qualche secondo, impalato lì sulla sommità dello scivolo, a trovare nella sua memoria qualcos’altro da poter dire a quel piccolino che lo fissava sorridente.
      Nel frattempo, dietro lo scivolo c’era la fila, ma lui era ancora lì, seduto sulla sommità dello scivolo, incurante della fila che premeva e tutto preso dalla sua riflessione.
      Poi, trionfante ha urlato “SMALL! SMALL!” e poi “HELLO…SMALL!” insomma, a modo suo, “ciao piccolo!” e allora, solo allora, si è lanciato giù per lo scivolo ridendo.
      Elisabetta C.

      • Bilingue Per Gioco says

        Che bello l’hello small!
        Mi hai dato lo spunto, ora scrivo un post…
        L.

  3. says

    Buon giorno. Elisabetta C. autrice di questo post, descrive una situazione di bilinguismo italiano/inglese con scuola pure bilingue in tal senso. Vorrei però sapere, e lo chiedo ad Amy e a chi come lei si trovasse a gestire una situazione di plurilinguismo, come vi reagisca la scuola, pubblica o privata che essa sia. Avendo due figli più grandicelli, Amy dovrebbe avere molto da raccontare in merito.

  4. amy says

    Ciao caro Francesco,
    rispondo con un po’ di ritardo perché non sapevo come risponderti… ci ho pensato molto ….…. forse la mia bimba piccola, che frequenta un nido, è ancora troppo piccola perché si possano osservare reazioni della scuola al plurilinguismo. Io e mio marito non abbiamo informato le maestre del fatto che a casa le si parla in spagnolo.
    Per i grandi (11 e 9 anni, cioè prima media e quinta elem.) la scuola non ha nessuna reazione al fatto che imparino una nuova lingua a casa, perché questo fatto non interferisce con nessuna delle materie oggetto di studio a scuola. Ovviamente sono grandi abbastanza da non passare più dalla fase del code mixing.
    La scuola pubblica elementare che hanno frequentato è la scuola di zona, che abbiamo scelto quando i bimbi si sono iscritti alla materna, soprattutto per la comodità logistica. In generale i bambini si sono trovati molto bene, si può dire che hanno fatto delle ottime elementari, però come sai nella valutazione di un percorso scolastico entrano mille considerazioni. Se i bambini vanno a scuola sereni sei già un pezzo avanti, come si dice a Roma. Idem dicasi se le insegnanti non cambiano ogni anno, se l’ambiente è piacevole e la scuola bella e pulita, e non pericolante. L’attenzione all’inglese in questa scuola è in generale poca, anche se tutto cambia da un anno a un altro e da una sezione all’altra: nella classe di mia figlia per esempio le ore di inglese servivano come reservoir di tempo: tutte le volte che la maestra non aveva finito di spiegare italiano, storia o geografia, o doveva far finire dei lavoretti etc si sacrificava l’ora di inglese; sono passati interi mesi (mesi!!) senza fare nemmeno una lezione di inglese. In generale, la scuola elementare è andata benissimo; sulla questione delle lingue straniere ho visto che la scuola era assente e quindi ho preso in mano io la situazione, con molto piacere. Non so se ho risposto alla tua domanda …

  5. milanese says

    Ciao, eccomi miracolosamente incinta di un’altra femminuccia che nascerà a fine estate, quando la sorella avrà 6 anni e mezzo.
    con molte titubanze e insicurezze iniziali, qualche iniziale rifiuto e tanti stop, l’apprendimento della grande dell’inglese procede.
    Capisce quasi tutto e sa spiegarsi…in modo basic ,
    ma efficace.
    con la seconda vorrei fare di più da prima. Il mio inglese è molto buono ma nn me la sento di fare opol… ci sono troppe cose che nn riesco a dire come vorrei.
    pensavo di inserire di routine lunghi pezzi di giornata in cui le parlerò solo inglese. Leggerle solo in inglese e ascoltare solo canzoni inglesi.
    suggerimenti ulteriori?

  6. says

    Ciao Milanese,
    potresti anche cantarle solo in inglese invece di limitarti ad ascoltare. Molte nursery rhymes inglesi hanno una serie di gesti che si possono “recitare” anche fisicamente, cosa che già a tre mesi può entrare nella routine di un bambino (ovviamente puoi cominciare da subito, è solo che non ricevi un feedback).
    Ad esempio “the wheels of the bus” ha tutta una serie di gesti che si farebbero con le mani e che puoi fare con le gambe di tua figlia quando la cambi. “incy winsy spider” io la uso per fare il solletico a mio figlio e così via. Su you tube trovi sicuramente come si recitano, se non le conosci già.
    Elisabetta C. (educazioneglobale.com)

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